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Un polpo davanti allo specchio trova il cibo che non vede

Un polpo davanti allo specchio trova il cibo che non vede

Nel laboratorio di neuroscienze di Dartmouth, tre polpi californiani (Octopus bimaculoides) hanno fatto qualcosa che fino a pochi giorni fa si pensava impossibile per un invertebrato: hanno usato uno specchio per localizzare del cibo nascosto dietro di loro. Il 73% delle volte, hanno girato dalla parte giusta.

Prima di questo studio — pubblicato su Current Biology il 5 giugno 2026 — usare uno specchio come strumento cognitivo era una prerogativa esclusiva dei vertebrati. Elefanti, delfini, alcune scimmie, certi corvidi. Animali con encefali grandi, neuroni numerosi, cervelli centralizzati che coordinano milioni di connessioni.

I polpi non hanno un cervello centralizzato. Circa due terzi dei loro 500 milioni di neuroni si trovano nei tentacoli, distribuiti lungo otto braccia che in parte funzionano in modo autonomo rispetto alla testa.

Come si convince un polpo a guardare allo specchio

Il team di Mary Kieseler, dottoranda a Dartmouth e prima autrice dello studio pubblicato su Current Biology, non ha semplicemente messo uno specchio davanti all’animale e aspettato. Il processo richiede tre fasi distinte.

Prima: familiarizzazione. Lo specchio viene lasciato nel tank per giorni, finché il polpo smette di attaccarlo come se fosse un rivale o di ignorarlo come superficie inerte.

Seconda: addestramento. Un granchio vivo — la preda preferita — viene collocato in un barattolo di vetro posizionato lateralmente rispetto al polpo, visibile solo attraverso il riflesso nello specchio. Per mangiare, l’animale deve girarsi di 90 gradi e spostarsi verso la posizione reale della preda, non verso l’immagine riflessa.

Terza: il test vero. Per evitare che l’olfatto interferisse — i polpi “odorano” tramite chemocettori sui tentacoli — nella fase sperimentale il granchio è stato sostituito con un’immagine virtuale proiettata. Il polpo ha scelto il lato corretto nel 73% dei casi, e con ogni sessione ci arrivava più in fretta.

Un invertebrato fa quello che riusciva solo ai vertebrati

L’uso degli specchi come strumento cognitivo — non come superficie interessante da toccare, ma come chiave per capire dove si trova qualcosa nel mondo reale — era considerato una capacità esclusiva dei vertebrati. Non per pregiudizio, ma perché le strutture neurologiche necessarie sembravano richiedere un tipo di organizzazione cerebrale centralizzata che i molluschi non hanno mai sviluppato.

“Non entriamo nel mondo sapendo usare uno specchio,” ha detto Peter Tse, neuroscienziato cognitivo e co-autore dello studio. “Lo impariamo. E anche i polpi lo imparano.”

È la stessa cosa che succede ai neopatentati con lo specchio retrovisore: all’inizio devi pensarci attivamente, poi diventa automatico. I tre polpi nel laboratorio di Dartmouth seguono la stessa curva di apprendimento — sessione dopo sessione, più veloci, anche se non sempre scelgono il percorso più breve verso la ricompensa.

Uno di loro ha persino scalato la parete laterale della vasca per raggiungere il punto in cui era comparsa l’immagine virtuale del granchio, invece di nuotarci dentro. Non era la strada più efficiente. Ma era quella che sembrava logica al polpo.

350 milioni di anni di distanza — e la stessa soluzione

L’antenato comune tra noi e i polpi era un verme. Viveva tra i 350 e i 500 milioni di anni fa, molto prima dei dinosauri, in un oceano che non somigliava in nulla a quello attuale. Da quel verme si è ramificato tutto: da una parte i vertebrati, con la spina dorsale e il cervello centralizzato; dall’altra i molluschi cefalopodi, che hanno preso una direzione completamente diversa.

Eppure entrambi i rami hanno finito per sviluppare una forma simile di cognizione spaziale. Non perché abbiano ereditato la stessa soluzione, ma perché l’hanno reinventata indipendentemente.

Questo è ciò che i biologi chiamano evoluzione convergente: percorsi evolutivi separati che convergono verso lo stesso punto funzionale. Come le ali dei pipistrelli e quelle degli uccelli — stessa funzione, struttura anatomica completamente diversa. O come gli occhi dei vertebrati e quelli dei cefalopodi, che si sono sviluppati in parallelo e sono quasi identici nella struttura, pur provenendo da linee evolutive lontanissime.

Kieseler e il suo team sostengono che i risultati sullo specchio suggeriscono qualcosa di più profondo: i processi cognitivi che permettono di usare una rappresentazione indiretta del mondo per orientarsi nello spazio potrebbero essere soggetti a evoluzione convergente tanto quanto le strutture fisiche.

Inky e la lunga storia dei polpi fuorilegge

I polpi hanno un curriculum. Nel 2016, un esemplare di nome Inky — residente all’acquario nazionale della Nuova Zelanda — è evaso di notte: aveva strisciato fuori dalla vasca lasciata socchiusa, attraversato il pavimento dell’acquario, trovato un tubo di scarico che portava all’oceano, e si era dileguato. Nessuno lo ha più rivisto.

Non è un caso isolato. Nei laboratori di tutto il mondo, i polpi aprono barattoli chiusi per raggiungere il cibo, smontano le luci delle vasche perché le trovano fastidiose, riconoscono i singoli ricercatori e reagiscono in modo diverso a seconda del rapporto che hanno costruito con ciascuno. Alcuni spruzzano acqua su quelli che non gli piacciono.

Ma l’uso dello specchio sposta il problema su un piano diverso. Aprire un barattolo è problem solving meccanico: tentativi, errori, soluzione. Capire che l’immagine riflessa nello specchio è la rappresentazione di qualcosa che esiste in un punto preciso dello spazio reale — e agire di conseguenza — richiede un modello mentale del mondo, non solo una risposta a uno stimolo.

La mappa che forse esiste nella testa di un polpo

Tse e Kieseler ipotizzano che i polpi possano avere mappe spaziali interne — rappresentazioni mentali dell’ambiente circostante che li aiutano a cacciare, a nascondersi, a orientarsi negli habitat complessi come le barriere coralline o i fondali rocciosi. Ambienti pieni di ostacoli, anfratti, prede che si nascondono e predatori che arrivano da angolazioni imprevedibili.

Gli autori riconoscono che servono altri esperimenti per capire se questa mappa esiste davvero, e quanto sia dettagliata. Lo studio attuale dimostra che i polpi usano gli specchi in modo strumentale — ma non chiarisce ancora se questo implichi una vera cognizione spaziale o qualcosa di funzionalmente equivalente ma strutturalmente diverso.

Nel frattempo, uno dei tre polpi di Dartmouth continua nei suoi tank. Probabilmente ha già smontato qualcosa che non avrebbe dovuto toccare.

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