Su tredici delle cinquantadue mummie estratte dalla roccia a el-Bahnasa gli archeologi hanno trovato la stessa cosa, sempre nello stesso punto: una lamina d’oro al posto della lingua. Non una maschera, non un gioiello in bella vista. Una linguetta di metallo prezioso infilata in bocca, appoggiata contro il palato di una persona morta quasi duemila anni fa.
Il sito si trova nel governatorato di Minya, nel Medio Egitto, ed è quel che resta di Oxyrhynchos, città vivacissima in epoca greco-romana. Una missione dell’Università di Barcellona ci lavora da anni, ma l’annuncio dell’aprile 2026 ha aggiunto un particolare che nessuno si aspettava di trovare in una tomba sul Nilo. Prima, però, la domanda ovvia: che senso ha mettere una lingua d’oro a un cadavere?
L’oro non serviva a chi guardava la tomba
Serviva al morto, e gli serviva dopo. Per gli egizi la morte non era un punto fermo ma una soglia: oltre quella soglia il defunto doveva ancora fare delle cose, e una di queste era parlare. Niente parola, niente aldilà. La lamina aurea, in alcuni casi affiancata da unghie dorate ritrovate sulle stesse mummie, sostituiva l’organo della parola con una versione che non si sarebbe mai decomposta. Oro perché incorruttibile, perché era la carne degli dèi, perché doveva durare quanto l’eternità a cui era destinato.
Il rituale non era un’invenzione degli imbalsamatori di Oxyrhynchos. Il Libro dei Morti, il manuale di istruzioni per chi affrontava il viaggio nell’oltretomba, prevedeva l’applicazione di lamine d’oro su bocca e altre parti del corpo proprio per garantire al defunto di respirare, mangiare e parlare una volta dall’altra parte.
Il processo che nessuno voleva perdere
Il motivo per cui parlare contava così tanto ha un nome e una scena precisa. Arrivato nell’oltretomba, il defunto compariva davanti a Osiride, signore dei morti, in una specie di tribunale. Il cuore veniva posato su una bilancia e pesato contro una piuma, simbolo della dea Maat, cioè della verità e dell’ordine cosmico. Se il cuore risultava più leggero, via libera verso la vita eterna. Se più pesante, una creatura mostruosa lo divorava e per il morto era la fine definitiva.
In quel processo bisognava difendersi a voce: dichiarare la propria innocenza, recitare le formule giuste, rispondere alle domande dei quarantadue giudici allineati nella sala. C’era persino una lista di colpe da negare a una a una, la cosiddetta confessione negativa. Presentarsi muti significava perdere in partenza. La lingua d’oro era, in pratica, un’assicurazione: garantiva che la bocca avrebbe funzionato proprio nel momento in cui non funzionarla sarebbe costato tutto.
Vale la pena fermarsi sulla scelta del metallo. Gli egizi consideravano l’oro la carne stessa degli dèi: non arrugginiva, non si opacizzava, sembrava sfidare il tempo come solo una divinità poteva fare. Rifare un organo del corpo in oro non era ostentazione, era un modo per dargli le proprietà che servivano per l’eternità.
Greci e romani sepolti come faraoni
C’è un cortocircuito interessante in queste tombe. Siamo in piena epoca romana, e molti dei sepolti erano greci o romanizzati, gente che pregava Zeus o si faceva ritrarre con acconciature alla moda di Roma. Eppure per il viaggio finale sceglievano la grammatica egizia: imbalsamazione, amuleti, lamine d’oro in bocca. Avevano adottato il dio dei morti del paese in cui vivevano, accumulando garanzie da due religioni invece che da una.
Questa contaminazione spiega anche il ritrovamento più strano della campagna. Tra le bende di una delle mummie è spuntato un frammento di papiro con un passo dell’Iliade di Omero, parte del cosiddetto Catalogo delle navi, l’elenco delle flotte greche salpate verso Troia. Carta riciclata, probabilmente: papiro vecchio reimpiegato dagli imbalsamatori come materiale da costruzione per il bendaggio. Solo che quel materiale di scarto era poesia greca, finita ad avvolgere un corpo destinato al giudizio di un dio egizio.
Cosa resta da capire
Le tredici lingue di Oxyrhynchos si aggiungono a una manciata di ritrovamenti simili degli ultimi anni, da Taposiris Magna vicino ad Alessandria ad altri siti tolemaici. Numeri ancora piccoli, che lasciano aperte parecchie domande: la pratica era riservata a chi poteva permettersela, a una certa categoria di persone, a chi moriva in un periodo preciso? E come mai compare proprio qui, in città dove convivevano nomi greci, riti egizi e amministrazione romana, più che nelle necropoli dei faraoni più antichi? Gli archeologi non hanno risposte definitive, e ogni nuova tomba aperta nella roccia sposta un po’ il quadro che credevamo di avere.
Quel che è certo è la scena: una persona deposta nella roccia del deserto, con le unghie dorate, una lingua di metallo prezioso contro il palato e, tra le bende, qualche verso di Omero che parla di navi partite per una guerra lontana mille anni e mille chilometri. Tutto pronto per un discorso che, nelle intenzioni, andava ancora pronunciato.
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