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A 2.567 metri sotto il mare, una nave del Cinquecento intatta da 400 anni

A 2.567 metri sotto il mare, una nave del Cinquecento intatta da 400 anni

A 2.567 metri sotto la superficie del Mediterraneo, accanto a brocche dipinte a mano cinque secoli fa, le telecamere hanno inquadrato un vasetto di yogurt.

Il vasetto, ovviamente, non c’entra nulla con la nave. È scivolato fin laggiù da solo, lentamente, come tante altre cose che dalla superficie finiscono sul fondo. Ma il suo vicino di posto è qualcosa di molto più raro: il relitto più profondo mai individuato nelle acque francesi, una nave mercantile del Cinquecento rimasta ferma nel buio per oltre quattro secoli. Nessuno l’aveva mai vista, finché la Marina francese non ci è finita sopra per puro caso.

La Marina cercava tutt’altro

Marzo 2025. Al largo di Ramatuelle, vicino a Saint-Tropez, un’unità specializzata della Marina francese stava conducendo una banale operazione di controllo dei fondali. Niente di romantico: ricognizione del territorio sottomarino, mappatura geologica, routine. Furono i droni sommergibili a notare per primi una sagoma scura sul fondo. Un secondo passaggio con un veicolo telecomandato confermò che non era una roccia né un rottame moderno: era una nave antica, e profondissima.

Gli archeologi l’hanno battezzata Camarat 4, dal nome di un punto della costa lì vicino. Secondo quanto ricostruito dagli esperti, lo scafo misura circa trenta metri di lunghezza per sette di larghezza, e risale al XVI secolo. Dove fosse diretta resta un mistero: probabilmente verso ovest, con una rotta che nessun documento dell’epoca ha registrato.

Duecento brocche e tre lettere ripetute

Il carico è il vero indizio. Sul fondo si vedono ancora, sparse nel raggio di pochi metri, circa duecento brocche di ceramica smaltata e un centinaio di piatti gialli. Molti recipienti sono decorati con motivi floreali e geometrici, altri portano impresse tre lettere: IHS, le prime tre del nome di Gesù in greco. Quel marchio, insieme allo stile, ha permesso di stabilire che le ceramiche furono prodotte in Liguria, sulla costa dell’attuale Italia settentrionale.

Non era una nave inerme. Tra i resti gli archeologi hanno contato sei cannoni, due grossi calderoni e alcune ancore: l’equipaggiamento di un mercantile pronto a difendere il proprio carico, in un Mediterraneo dove i pirati erano un rischio di lavoro. Eppure qualcosa, in un punto imprecisato del viaggio, l’ha mandata a picco con tutto il suo carico di stoviglie destinate a chissà quale mercato.

La profondità è il miglior custode

Qui sta il punto che ribalta l’intuizione. Di solito un relitto antico è un relitto saccheggiato: reti a strascico che lo grattano, correnti che disperdono gli oggetti, subacquei che portano via il portabile. Camarat 4 è sfuggito a tutto questo proprio grazie alla sua scomodità. A oltre due chilometri e mezzo di profondità nessun sommozzatore può arrivare, nessuna rete da pesca lo tocca, nessuna corrente lo erode davvero. La nave è rimasta dov’era, con il carico al suo posto, in uno stato che gli archeologi hanno descritto come una capsula del tempo, come se l’orologio si fosse fermato il giorno del naufragio.

Il primato precedente, in acque francesi, apparteneva a un altro tipo di naufragio: La Minerve, un sommergibile militare inabissatosi nel 1968 con 52 uomini a bordo e ritrovato solo nel 2019 a circa 2.300 metri. Camarat 4 lo ha superato di un paio di centinaia di metri.

66.974 fotografie scattate da un robot solitario

Per studiare un sito così lontano dalla superficie serve l’unico veicolo telecomandato in Francia capace di operare a quelle pressioni. La discesa dura circa un’ora. Una volta sul fondo, le sue telecamere hanno cominciato a scattare otto immagini al secondo: alla fine ne sono uscite 66.974, poi ricomposte in un modello tridimensionale dell’intero relitto. Il robot ha anche piazzato dei marcatori topografici, per monitorare nel tempo eventuali movimenti naturali o intrusioni.

Nelle campagne dell’aprile 2026 gli operatori, manovrando dalla superficie le pinze del robot, sono riusciti a recuperare con cautela tre brocche e un piatto. Sembra poco, ma di solito le ceramiche tirate su dal mare arrivano in frantumi: portarne in superficie quattro intere, da quella profondità, è un risultato raro. Una delle brocche, panciuta e decorata con linee blu scuro e geometrie gialle, è tra gli oggetti più profondi mai recuperati da un relitto in territorio francese.

Quello che è arrivato prima degli archeologi

C’è un dettaglio che gli stessi studiosi faticano a digerire. Insieme alle brocche del Cinquecento, le telecamere hanno inquadrato lattine di birra, bottiglie di plastica, reti da pesca abbandonate e quel vasetto di yogurt. A 2.567 metri di profondità, in un punto del mare che nessun essere umano aveva mai visto, la nostra spazzatura era già arrivata. Prima ancora degli archeologi.

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