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La creatura abissale della fossa Ryukyu che la scienza non sa classificare

La creatura abissale della fossa Ryukyu che la scienza non sa classificare

A 9.131 metri di profondità nella fossa Ryukyu, una creatura abissale è entrata nell’obiettivo di una telecamera robotica — e da quel momento, nessuno degli esperti consultati a livello mondiale ha saputo dire cosa fosse. La pressione lì supera le 900 atmosfere. Non entra luce. Non arriva nulla dall’esterno. Eppure qualcosa ci vive, e si muove.

La scoperta è stata pubblicata nell’aprile 2026 sul Biodiversity Data Journal, dentro uno studio che ha mappato per la prima volta in modo sistematico la vita nelle fosse abissali giapponesi. Due mesi di spedizione, tre fosse oceaniche, quasi diecimila metri di profondità massima. Il risultato non era prevedibile.

Una nave, due mesi, quasi diecimila metri di buio

A bordo della DSSV Pressure Drop, nave da ricerca progettata per le immersioni ultra-profonde, il professor Alan Jamieson del Minderoo-UWA Deep-Sea Research Centre ha guidato un team internazionale in collaborazione con la Tokyo University of Marine Science and Technology.

L’obiettivo era documentare — non trovare qualcosa di specifico. Calare telecamere nelle fosse di Ryūkyū, Izu-Ogasawara e del Giappone, tra i 4.534 e i 9.775 metri, e registrare ciò che c’è. Sistematicamente. Per la prima volta.

In due mesi, il team ha catalogato 108 gruppi distinti di organismi. Spugne carnivore che intercettano materia organica in caduta. Alicella gigantea, un crostaceo largo quanto un avambraccio umano. Olothurie che strisciano sul sedimento come cingolati lenti. E il pesce vivente più in profondità mai documentato.

Ma c’è una sequenza che ha fermato tutti. Arrivava dalla fossa di Ryūkyū, a 9.131 metri.

La sequenza che nessuno sa spiegare

La creatura abissale Ryukyu: cosa mostrano le immagini

Biancastro. Simmetrico. Piccolo. Con proiezioni che sporgono dal corpo come antenne sottili, simili ai rinofori dei nudibranchi — le strutture che le lumache di mare usano per percepire chimica e correnti nell’acqua intorno a sé.

L’animale si muove lentamente. La telecamera lo segue qualche secondo, poi passa oltre. Ma quella sequenza, una volta analizzata, ha aperto settimane di consultazioni con tassonomisti di tutto il mondo.

La prima ipotesi era un nudibranco. La simmetria bilaterale e le proiezioni ci sono. I nudibranchi resistono anche in ambienti estremi. Però i confronti con le banche dati non hanno prodotto nulla. Nessuna specie nota corrisponde. L’ipotesi è stata abbandonata, senza alternativa pronta.

La classificazione provvisoria è diventata Animalia incerta sedis.

Animalia incerta sedis: quando la biologia non ha risposta

Incerta sedis non è una categoria. È una formula che la biologia usa quando un organismo è stato osservato, filmato, documentato — ma non si riesce ad assegnarlo con sicurezza a nessun phylum conosciuto. Non significa che l’animale sia raro o strano nel comportamento. Significa che l’intera struttura classificatoria costruita in secoli di biologia sistematica non sa dove collocarlo.

Per rispondere servirebbe DNA. Tessuto estratto, sequenziato, confrontato con le banche dati molecolari: è l’unico modo per chiudere la questione. Ma recuperare un campione biologico integro da oltre 9.000 metri è un’operazione che non si improvvisa. La logistica, le pressioni, il tempo: ogni variabile diventa un problema separato.

Fino ad allora, quella creatura resta senza nome. E senza posto nell’albero della vita.

Non era sola: un posto che pensavamo quasi vuoto

La cosa che cambia di più la prospettiva, leggendo lo studio, non è l’animale sconosciuto. È il contesto. Le fosse abissali erano considerate deserti biologici fino a pochi decenni fa — pressione troppo alta, buio totale, nessuna fotosintesi, quindi nessuna base per una catena alimentare. Ci si aspettava poco.

I dati raccolti dalla spedizione dicono altro. Le fosse giapponesi ospitano comunità biologiche strutturate, con catene alimentari proprie. Gli organismi che le abitano hanno sviluppato adattamenti che non vediamo altrove — metabolismi rallentati, tolleranza a pressioni che schiaccierebbero qualsiasi struttura convenzionale, strategie di sopravvivenza ancora in parte incomprese. Come quelle degli isopodi giganti capaci di sopravvivere per anni senza cibo, che abitano zone simili e continuano a sollevare domande senza risposta.

La zona adale — oltre i 6.000 metri — copre circa il 45% del fondale oceanico mondiale. Ne abbiamo esplorato sistematicamente una parte piccola.

Un animale senza nome, in un posto che non finisce di sorprendere

Si potrebbe liquidare tutto come una curiosità: un filmato strano, un problema tassonomico che prima o poi i biologi chiuderanno. Ma i numeri rendono più difficile questa lettura.

Gli oceani coprono il 70% della superficie terrestre. La maggior parte del loro volume si trova sotto i 1.000 metri. Ogni spedizione sistematica in quegli ambienti torna con specie nuove, comportamenti non previsti, strutture ecologiche che non stavano nei modelli precedenti. Non sono eccezioni. È la norma.

La creatura della fossa Ryukyu non entra in nessuna casella. Per ora. Ma indica qualcosa di concreto: la mappa biologica del pianeta ha ancora buchi grandi, nei posti più profondi che abbiamo.

Intanto, a 9.131 metri, quell’animale biancastro continua a muoversi nell’oscurità. Inclassificabile, per ora. E del tutto indifferente al fatto.

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