Uno scimpanzé si ferma, annusa una foglia, e la ingoia intera senza masticarla. Non sta mangiando. Sta facendo qualcosa di molto più preciso. Il legame tra scimpanzé e piante medicinali è documentato da decenni, ma solo di recente la scienza ha capito quanto sia sistematico — e quanto poco abbia a che fare con il caso.
La prima farmacista si chiamava Jane
Anni Sessanta, Tanzania. Jane Goodall osserva gli scimpanzé nel Parco Nazionale di Gombe e trova qualcosa di strano nelle loro feci: foglie intere, non digerite, piene di minuscoli uncini. Non le avevano masticate. Le avevano solo inghiottite.
Per anni quel dettaglio resta lì, senza spiegazione. Poi la zoologia capisce: quelle foglie ruvide, passando nell’intestino, trascinavano via i parassiti che vi si erano installati. Nessun farmaco. Solo la geometria di una foglia usata come strumento.
Questo comportamento oggi ha un nome: deglutizione delle foglie. È uno dei capitoli di un fenomeno più ampio che la scienza chiama zoofarmacognosia — la conoscenza dei farmaci negli animali. Un nome lungo per un’idea semplice: certi animali sanno cosa prendere quando stanno male.
Scimpanzé e piante medicinali: il catalogo delle cure
Su Frontiers in Ecology and Evolution è stato pubblicato un catalogo costruito su decenni di osservazioni sul campo: un archivio di “primo soccorso forestale” documentato in popolazioni di scimpanzé selvatici in più paesi africani.
Quello che emerge non è casuale. Gli scimpanzé non mangiano qualsiasi pianta quando stanno male: scelgono specie specifiche, alcune delle quali non fanno parte della loro dieta normale. Alcune vengono ingerite, altre applicate localmente su ferite o zone doloranti. Le analisi in laboratorio sulle piante selezionate hanno trovato proprietà antibatteriche, antifungine, antiparassitarie. Non per coincidenza.
Come gli scimpanzé selezionano le piante medicinali
Il punto più interessante — e ancora aperto — è come lo sanno fare. Gli scimpanzé che usano piante medicinali non nascono con questa conoscenza: la imparano osservando gli individui più anziani del gruppo. È trasmissione culturale, non istinto. Il che significa che popolazioni diverse hanno repertori diversi, a seconda di cosa cresce nella loro area e di cosa hanno visto fare ai loro simili.
Alcuni individui malati si allontanano dai percorsi abituali per cercare piante che normalmente non toccano. Sanno dove andare. Come lo sappiano, la scienza non ha ancora una risposta completa.
Cosa succede quando un orango trova una ferita aperta
Gli scimpanzé non sono un caso isolato.
Sull’isola di Sumatra, i ricercatori hanno documentato un orango maschio con una ferita sul volto. Per giorni lo hanno osservato raccogliere una pianta specifica, masticarla fino a ottenere una pasta, e applicarla sulla ferita. Più volte al giorno, per più giorni. La pianta, analizzata dopo, aveva proprietà antinfiammatorie e antibatteriche. La ferita si è rimarginata pulita.
Non era un comportamento fortuito. L’orango aveva scelto una cosa precisa, l’aveva lavorata e l’aveva usata con una coerenza che, in un altro contesto, chiameremmo protocollo di trattamento.
Gli elefanti del Kenya percorrono a volte decine di chilometri per raggiungere depositi di argilla e terra minerale — terre che contengono composti capaci di neutralizzare le tossine presenti in alcune piante che mangiano. Lo fanno con regolarità. Sanno dove si trova quella terra.
Del resto, la capacità degli animali di usare l’ambiente in modi che sfidano le nostre aspettative non è nuova. Se hai letto di come un polpo usa gli specchi per trovare il cibo, sai già che il confine tra “comportamento meccanico” e qualcosa di più complicato è molto meno netto di quanto sembri.
Dalla foresta alla farmacia: cosa può insegnare la zoofarmacognosia
Jaap de Roode, biologo evolutivo, ha raccolto decenni di ricerche sull’automedicazione animale nel libro Medici per natura (Bollati Boringhieri, 2025). Il ragionamento di fondo è diretto: studiare quali piante scelgono gli animali quando stanno male potrebbe aiutarci a trovare nuovi composti attivi, nuovi antiparassitari, nuovi antibiotici.
Non è sentimentalismo. Se un animale selvatico ha selezionato quella pianta in milioni di anni di evoluzione, la pressione selettiva ha già fatto uno screening che nessun laboratorio potrebbe permettersi. In un momento in cui la resistenza agli antibiotici è un problema reale e urgente, questa è una pista concreta — non una curiosità.
A connettere ulteriormente il quadro: le piante che questi primati usano per automedicarsi dipendono, per gran parte della loro sopravvivenza, dalla rete miceliale sotterranea dei funghi micorrizali — una struttura invisibile che nutre il 70% delle specie vegetali terrestri e che solo di recente è stata mappata per la prima volta su scala globale.
Il filo non si ferma alla farmacologia vegetale: anche il modo in cui questi primati comunicano nasconde più struttura del previsto, come mostra uno studio recente secondo cui le scimmie che ridono seguono lo stesso ritmo vocale degli esseri umani.
Resta aperta la domanda di fondo: dove finisce l’istinto e dove comincia qualcosa che assomiglia alla conoscenza? Gli scimpanzé che cercano una pianta antibatterica quando hanno un’infezione, o l’orango che prepara e applica un antinfiammatorio su una ferita, stanno facendo qualcosa che, visto dall’esterno, ha la forma di una diagnosi. Forse il confine non era dove credevamo.
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