A Longyearbyen non esiste una legge che vieti di morire. Eppure, se qualcuno si avvicina alla fine, viene caricato su un aereo e trasferito in Norvegia prima che accada. Il caso Longyearbyen vietato morire non è un paradosso burocratico: è la risposta diretta a undici corpi sepolti nel 1918 che, trent’anni dopo, erano ancora intatti sotto la neve.
Longyearbyen è a 78° di latitudine nord, sull’arcipelago delle Svalbard. Dal Polo Nord la separano 1.380 chilometri. Fondata nel 1906 dall’americano John Munro Longyear come avamposto per estrarre carbone — il nome viene da lui — è oggi la città permanente più settentrionale del pianeta. Circa 2.500 abitanti. Più orsi polari che persone. Un suolo che non si scongela mai.
Quel suolo è il problema.
Longyearbyen vietato morire: cosa c’è davvero sotto il permafrost
Il permafrost è terreno tenuto insieme dal ghiaccio in modo permanente. Più duro del cemento. Quello che finisce lì dentro non marcisce: rimane sospeso, esattamente com’era. Per un cadavere umano significa una cosa precisa: batteri e virus restano attivi, sigillati nel ghiaccio, senza che nessuno li abbia programmati per farlo.
Nel settembre del 1918 una nave di rifornimento attraccò a Longyearbyen — allora si chiamava ancora Longyear City — con a bordo minatori norvegesi in parte già malati. L’influenza spagnola era arrivata nell’Artico. Undici uomini morirono nel giro di settimane. Furono sepolti nel piccolo cimitero locale, come si faceva.
Longyearbyen vietato morire: la scoperta che cambiò tutto nel 1950
Nei primi anni Cinquanta alcuni ricercatori aprirono quelle tombe. I corpi erano praticamente intatti — il permafrost li aveva tenuti fermi come in un congelatore che non si era mai interrotto. Nei tessuti c’erano ancora tracce del virus del 1918. Non resti fossilizzati. Materiale virale potenzialmente attivo, conservato per tre decenni dal freddo.
Le autorità chiusero il cimitero. Dal 1950 nessuno può essere seppellito a Longyearbyen. Chi è in fin di vita viene trasferito in Norvegia. Se la morte arriva in modo improvviso, il corpo parte lo stesso. Le ceneri si possono depositare con permesso speciale del governo, ma la sepoltura tradizionale non è un’opzione disponibile.
Nel 1997 la paleomicrobiologa canadese Kirsty Duncan organizzò una spedizione per riesumare i sette minatori più documentati e recuperare campioni di RNA virale dalla spagnola. I risultati furono parziali — il livello di preservazione era inferiore alle attese. Ma la spedizione confermò che il rischio non era teorico. Come documenta la ricostruzione storica di Defining Moments Canada, rimane uno degli esperimenti di virologia da campo più estremi mai tentati.
Il posto dove quasi tutto è proibito
Il cimitero chiuso è la norma più nota. Ma non è l’unica.
I gatti sono vietati sull’intera isola di Spitsbergen — minaccerebbero gli uccelli che nidificano al suolo. Gli edifici sono su palafitte, perché le fondamenta tradizionali scalderebbero il permafrost e causerebbero cedimenti. Chi esce dal centro abitato deve portare un fucile per legge. Nel 2022 sull’arcipelago delle Svalbard erano registrate 2.873 motoslitte. I residenti umani erano 2.552. La proporzione racconta già qualcosa sul tipo di posto che è — e su chi sceglie di viverci.
Da aprile ad agosto il sole non tramonta. Poi arriva la notte polare: quattro mesi in cui il giorno semplicemente non esiste. Non è un’iperbole — il sole resta sotto l’orizzonte da ottobre a febbraio. Gli abitanti si organizzano con lampade a spettro solare e una certa indifferenza verso l’orologio.
Nascere a Longyearbyen: anche questo è un problema
Le donne in attesa devono trasferirsi in Norvegia almeno tre settimane prima del parto. Non c’è un ospedale attrezzato per le emergenze ostetriche, e il rischio a ore di volo dalla terraferma è giudicato troppo alto. Nessuno può dirsi davvero nato a Longyearbyen. Nemmeno chi ci ha vissuto tutta la vita.
Nel giugno del 2025, la miniera 7 — l’ultima delle miniere di carbone norvegesi a Svalbard — ha chiuso dopo quasi 120 anni. L’industria per cui la città era stata costruita non c’è più. Eppure Longyearbyen non si è svuotata: ci vivono ricercatori, guide, tecnici. Gente che ha scelto di stare in un posto dove le regole su nascita e morte funzionano diversamente da qualunque altra parte. Non è un caso unico: anche Mohenjo-daro prosperò per secoli con una logica di governo che ancora sfida ogni spiegazione.
Il cimitero è ancora lì, chiuso. A settantotto gradi nord, il permafrost continua a fare il suo lavoro.
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