Il 21 settembre 1944, al largo delle Filippine, una nave inferno giapponese affondò in tre minuti. A bordo, circa 1.300 prigionieri britannici e olandesi erano chiusi nelle stive inferiori. Gli aerei che lanciarono i siluri erano americani. Non sapevano dei prigionieri. Nessuno gliel’aveva detto.
Ottantadue anni dopo, il relitto della Hōfuku Maru è stato identificato al largo di Zambales, a ovest di Luzon, come documentato da Euronews nel giugno 2026. Cinquanta chilometri più lontano da dove le mappe di guerra lo avevano cercato per decenni.
Cos’era davvero una nave inferno giapponese
Il Giappone requisì circa 56 navi cargo per spostare i prigionieri di guerra tra i territori occupati del Pacifico. Nessuna di queste navi portava il simbolo della Croce Rossa. Nessuna aveva marcature di sorta. Da fuori sembravano normali mercantili nemici — e questo era esattamente il punto.
Le stive erano buie, senz’aria, con temperature che superavano i 40 gradi. Non c’era spazio sufficiente per stendersi. Acqua e cibo razionati al minimo. Malattie tropicali senza assistenza medica. Le chiamarono “hell ships”. Delle oltre 62.000 persone trasportate in queste condizioni, circa 20.000 non arrivarono mai a destinazione — alcune per naufragio, molte altre per le condizioni stesse del viaggio.
La Hōfuku Maru era una di queste. Un cargo trasformato in prigione galleggiante. Nessuno al di fuori della catena di comando giapponese sapeva cosa portasse dentro.
La nave inferno giapponese affondata dai propri liberatori
Nell’estate del 1944, la Hōfuku Maru faceva parte di un convoglio che spostava 5.000 prigionieri da Singapore verso Miri, nel Borneo. Problemi al motore la costrinsero a staccarsi dal gruppo. Si diresse verso le Filippine. Lì i prigionieri restarono bloccati nelle stive per quasi due mesi — fame, sete, malattie tropicali, nessun contatto con l’esterno.
Il 21 settembre arrivarono cento aerei della marina statunitense. I report di intelligence non segnalavano nulla di anomalo: navi giapponesi, obiettivi validi. Il primo siluro centrò lo scafo.
Tre minuti. Poi il fondo.
Più di 1.000 dei 1.300 prigionieri morirono. Alcuni annegarono subito, intrappolati sotto i portelloni. Altri raggiunsero la superficie, ma non c’era nessuno ad aspettarli. I pochi sopravvissuti — circa 300 — furono raccolti dai giapponesi e trasferiti in un campo di prigionia a terra. Il Giappone non aveva segnalato la presenza di prigionieri alleati a bordo — e non lo avrebbe fatto mai, per nessuna delle sue navi.
Perché nessuna nave inferno giapponese era contrassegnata?
Il Giappone non aveva firmato nessun protocollo che lo obbligasse a farlo. Ma c’era anche un motivo pratico: segnalare le navi avrebbe esposto rotte, numeri, movimenti. Era un segreto militare.
Quello che ne conseguì è che molti di questi uomini morirono per mano degli stessi eserciti che stavano avanzando per liberarli. Nei registri bellici i loro nomi non compaiono tra i caduti in combattimento. Molti risultano ancora oggi semplicemente “dispersi”.
Ottantadue anni sul fondo
La scoperta non è arrivata da una nuova tecnologia. È arrivata da qualcuno disposto a leggere documenti che nessuno aveva preso abbastanza sul serio.
Randy Anderson, fondatore della Hellships Memorial Foundation ed ex ufficiale di marina, ha passato anni sugli archivi militari giapponesi e americani. I documenti giapponesi, in particolare, contenevano dettagli precisi sull’attacco e sulla posizione della nave — ma nessuno li aveva mai incrociati con le coordinate degli archivi americani. Insieme ai ricercatori Tim Beckensall e John Duresky ha trovato la discrepanza: le coordinate originali erano sbagliate di 50 chilometri. La nave giaceva molto più al largo di quanto chiunque avesse mai cercato.
Da lì è entrato in scena il team subacqueo — l’esploratore Josh Gates e l’architetto marino Dr. Calvin Mires di Marine Imaging Technologies. Con la fotogrammetria hanno ricostruito un modello 3D del relitto. Lo scafo era spezzato in due sezioni, esattamente come descrivevano i resoconti americani e giapponesi dell’attacco. Tra i detriti sul fondo erano visibili resti umani.
Cosa resta della nave inferno giapponese oggi
Il sito è classificato come tomba di guerra. Non si tocca. Per molte famiglie britanniche e olandesi, trovarlo ha significato chiudere una ricerca durata quasi novant’anni. Ora sanno dov’è.
La Hellships Memorial Foundation sta ancora lavorando sulle altre navi. Delle 56 che percorsero le rotte del Pacifico tra il 1942 e il 1945, molte non sono mai state trovate.
La vicenda della Hōfuku Maru sarà documentata in Expedition Unknown su Discovery Channel, con la prima prevista per il 24 giugno 2026.
Lascia un commento