nasa nebulosa
Archiviazione dati nel DNA: 60 petabyte in una tazza

Archiviazione dati nel DNA: 60 petabyte in una tazza

Una tazza da caffè. Il volume è quello: 60 pollici cubici, poco più di un litro. E dentro ci sta un archivio da 60 petabyte — abbastanza per 660.000 film in 4K o dieci miliardi di canzoni. Atlas Data Storage ha annunciato a fine 2025 l’Atlas Eon 100, il primo sistema commerciale di archiviazione dati nel DNA sintetico, e i numeri che cita cambierebbero le proporzioni del problema globale dello stoccaggio dei dati digitali.

Per confronto: lo stesso volume di dati, su nastro magnetico LTO-10 — il formato attuale più efficiente per gli archivi industriali — occuperebbe uno spazio mille volte maggiore. Non è un margine piccolo.

Come funziona l’archiviazione dati nel DNA

Il DNA ha già un problema risolto da miliardi di anni: conservare informazioni in pochissimo spazio. La sua struttura usa quattro basi azotate — adenina (A), citosina (C), guanina (G), timina (T) — che funzionano come un alfabeto a quattro lettere invece del binario a due stati (0 e 1) dei computer tradizionali. Maggiore cardinalità si traduce in densità: un grammo di DNA può contenere teoricamente fino a 215 petabyte di dati, secondo calcoli dell’Università di Columbia.

Il processo di scrittura converte i file digitali in sequenze di questi quattro caratteri, poi le sintetizza chimicamente in filamenti di DNA artificiale. Quel DNA viene disidratato fino a diventare una polvere, sigillata in capsule di acciaio armato alte circa 1,8 centimetri — le dimensioni di una pillola farmaceutica.

L’archiviazione dati nel DNA: lettura e recupero

Per leggere i dati, il procedimento si inverte: le capsule vengono aperte, il DNA reidratato e poi sequenziato con le stesse macchine usate per analizzare il genoma umano. Un algoritmo riconverte le sequenze di basi nella stringa binaria originale. È lento rispetto a un SSD, molto più lento. Per questo la tecnologia punta all’archiviazione a freddo — quei dati che si scrivono una volta e si leggono raramente: archivi storici, modelli di intelligenza artificiale, patrimoni culturali digitali.

Cosa sopravvive e cosa no

Gli hard disk meccanici durano in media cinque anni. Gli SSD qualcosa di più, ma degradano comunque. I nastri magnetici LTO, lo standard attuale per gli archivi di lungo periodo, vengono considerati stabili fino a trent’anni — dopodiché il dato va ricopiato su un nuovo supporto. Ogni ciclo introduce errori potenziali e costi certi.

Il DNA disidratato e sigillato non si degrada. Atlas afferma che le capsule Eon 100 conservano i dati per millenni senza refresh. Un gruppo di ricercatori svizzeri ha verificato che DNA correttamente incapsulato può preservare informazioni per oltre un milione di anni, simulando il decadimento con trattamenti termici accelerati.

La resistenza agli impulsi EMP

C’è un dettaglio che interessa soprattutto chi si occupa di infrastrutture critiche: le capsule d’acciaio resistono agli impulsi elettromagnetici (EMP). Un’esplosione nucleare ad alta quota o una tempesta geomagnetica intensa può rendere inutilizzabili gli hard disk in un raggio di centinaia di chilometri. Il DNA dentro la capsula rimane intatto. Non è il caso d’uso quotidiano, ma è uno dei motivi per cui istituzioni governative e fondi di archivio a lungo termine guardano con interesse a questa tecnologia.

Il collo di bottiglia e le partnership

I costi della sintesi e del sequenziamento del DNA sono scesi drasticamente negli ultimi vent’anni, ma restano alti rispetto al nastro magnetico. Scrivere e leggere è lento — ordini di grandezza più lento di qualsiasi altro supporto. Nel marzo 2026, Atlas ha annunciato una partnership con imec, il centro di ricerca belga sui semiconduttori, per sviluppare chip dedicati alla lettura e scrittura su DNA con l’obiettivo di ridurre i costi e accelerare le velocità.

Il DNA sintetico non sostituirà la RAM del computer portatile. Il punto è un altro: la crescita dei dati generati dall’intelligenza artificiale sta mettendo sotto pressione i data center di tutto il mondo. Microsoft, Google e Amazon costruiscono decine di nuovi impianti ogni anno, consumando energia e spazio fisico in quantità che crescono più rapidamente di qualsiasi previsione.

Se la tazza da caffè di Atlas funziona come promesso, un’intera generazione di archivi digitali potrebbe smettere di occupare hangar e iniziare a stare in un armadio. La molecola che codifica le istruzioni biologiche da tre miliardi di anni potrebbe diventare il supporto di archivio più duraturo mai prodotto dall’umanità.

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *