Nel cuore della riserva di Calakmul, in Messico, un team di archeologi messicani e sloveni ha trovato una città maya assente da ogni mappa. Nessun nome. Nessuna strada per arrivarci. L’hanno chiamata Minanbé, che in maya yucateco significa “non c’è sentiero”. È la nuova città maya scoperta di cui si parla in queste settimane, e il nome basta da solo a spiegare perché è rimasta nascosta per oltre mille anni: nessuno ci era mai arrivato, quindi nessuno l’aveva mai saccheggiata.
Perché la nuova città maya scoperta è rimasta invisibile per mille anni?
La giungla del Petén, tra Messico, Guatemala e Belize, ha inghiottito centinaia di insediamenti maya. Quasi tutti, però, sono stati individuati prima o poi da cacciatori, cercatori di legname pregiato o saccheggiatori di reperti. Minanbé no. La zona in cui sorge, nella sezione più remota della Biosfera di Calakmul — oltre 700.000 ettari di foresta tropicale, una delle riserve più vaste del Messico — non ha mai avuto piste di disboscamento né sentieri di caccia stabili. Per raggiungerla, il team guidato dall’archeologo sloveno Ivan Šprajc, del Centro di ricerca dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti, ha fatto tagliare a colpi di machete un percorso di circa cinque chilometri. Poi fuoristrada. Poi a piedi. Niente droni, niente scansioni LiDAR dall’alto: qui la giungla si è dovuta attraversare passo dopo passo, come facevano gli archeologi prima che la tecnologia rendesse le cose più comode.
La nuova città maya scoperta nel cuore del Calakmul
Quello che hanno trovato non è un cumulo di macerie sotto le radici, ma un centro urbano ancora leggibile: piazze, edifici palatini, terrazze, un sistema idrico che collega zone umide naturali a canali costruiti apposta per incanalare l’acqua. L’elemento più fotografato è un tempio piramidale alto oltre 13 metri, nello stile architettonico Río Bec: facciate decorate, scalinate ripide, cornici modanate sulla parte superiore delle strutture. La cura nella lavorazione della pietra racconta una città ricca. Non un avamposto di passaggio.
Che cosa significa davvero “intatta” per un archeologo?
Negli scavi in America Centrale, “intatta” è una parola che si usa raramente. Quasi ogni sito maya, quando i ricercatori lo raggiungono, mostra già segni di manomissione: buche di saccheggiatori accanto alle stele, statue decapitate e rivendute pezzo per pezzo, tombe aperte da decenni o secoli. Minanbé, secondo il team, è il primo sito trovato negli ultimi tre anni completamente privo di questi segni. Iscrizioni, ceramiche e stile architettonico dicono che la città visse il suo momento migliore nel periodo Classico Tardo, tra il 600 e il 900 d.C.: proprio i secoli in cui il mondo maya delle pianure centrali cominciò a spopolarsi, tra siccità, guerre interne e crisi agricole di cui gli storici discutono ancora. Studiare un sito rimasto com’era all’ultimo giorno di occupazione, senza tombe svuotate né corredi dispersi sul mercato antiquario, permette di ricostruire quella fase di crisi con un dettaglio che i siti già saccheggiati non possono più offrire.
L’archeologo Vitan Vujanović, che fa parte della squadra, l’ha detto senza troppi giri di parole: “Negli ultimi tre anni, questo è il primo sito che abbiamo trovato completamente intatto, senza alcun segno di saccheggio.” Pensando a quanti altri siti la squadra ha visitato prima di trovarne uno rimasto davvero com’era, la frase pesa.
Un nome che è anche un avvertimento
C’è un dettaglio che distingue Minanbé da molte altre scoperte archeologiche recenti: il nome non l’hanno inventato gli scopritori a tavolino. Riflette come la chiamavano da sempre gli abitanti della zona, per cui quel tratto di foresta era semplicemente un posto dove non si andava. “Non c’è sentiero” non è un titolo pensato per un comunicato stampa. È la ragione pratica per cui, per secoli, nessuno vi ha messo piede. Gli archeologi ne hanno raccontato i dettagli in un approfondimento pubblicato da Smithsonian Magazine: la scoperta arriva al termine di tre decenni di ricognizioni nelle pianure maya centrali, un tempo tra le aree più densamente popolate di tutta la regione.
Quante altre città senza nome aspettano ancora un machete?
Calakmul è una delle riserve naturali più estese del Messico, e chi ci lavora ripete da anni che la mappa dei siti maya conosciuti è tutt’altro che completa. Ogni spedizione che riesce a tagliarsi un varco in un punto mai battuto prima potrebbe imbattersi in un’altra Minanbé: una città che esiste da secoli, che non ha fretta di farsi trovare, e che non ha ancora un nome solo perché nessuno le ha mai chiesto come si chiama.
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