Il Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara conserva, in una vetrina, decine di buste di argilla sigillate quattromila anni fa da mercanti assiri e mai più aperte da allora. Per un secolo l’unico modo per sapere cosa contenessero era romperle, distruggendo per sempre i sigilli che gli storici volevano studiare. Oggi una macchina portatile, grande poco più di una valigia, le legge senza toccarle. E dentro una di queste buste di argilla è spuntato anche un chicco d’orzo, rimasto lì, intatto, da quattromila anni.
Perché una busta di argilla non si apre
Quattromila anni fa, i mercanti della colonia commerciale assira di Kanesh, vicino all’odierna Kültepe, in Turchia, scrivevano lettere d’affari su piccole tavolette di argilla e le infilavano dentro un involucro, anch’esso di argilla, sigillato con impronte di sigillo personali. Il contenuto era quasi sempre lo stesso: debiti da saldare, carichi di stagno e tessuti in viaggio verso l’Anatolia, dispute tra soci, richieste di denaro da parenti rimasti ad Assur. Sigillare la busta serviva a garantire che nessuno leggesse o alterasse quelle carte durante il tragitto lungo le rotte carovaniere. Il sistema funzionava talmente bene che ha funzionato anche con gli archeologi moderni, quattromila anni dopo. Per aprire una di queste buste bisognava romperla. E la rottura cancellava proprio le impronte di sigillo che servono per capire chi ha scritto cosa, e a chi. Risultato: nei musei di mezzo mondo migliaia di questi involucri sono rimasti chiusi, per non perdere un’informazione nel tentativo di leggerne un’altra.
Come si legge dentro senza romperla
A risolverlo è un team guidato dall’assiriologa Cécile Michel e dal fisico dei raggi X Christian G. Schroer, con ricercatori dell’Università di Amburgo e del sincrotrone DESY in Germania, come descritto nel primo studio scientifico pubblicato sul dispositivo. Hanno costruito ENCI, acronimo di “Extracting Non-destructively Cuneiform Inscriptions”: un tomografo a raggi X di circa 420 chili, smontabile in otto pezzi e trasportabile da museo a museo. Una volta rimontato, scansiona una tavoletta sigillata in pochi minuti e restituisce un modello 3D ad alta risoluzione da cui si può separare digitalmente il testo nascosto dall’involucro che lo racchiude. Il prototipo ha debuttato al Louvre di Parigi nel 2024; poi i ricercatori l’hanno portato al Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara, dove in tre settimane ha scansionato una cinquantina di tavolette chiuse, buona parte delle quali lettere private. Prima di ENCI, un risultato simile richiedeva macchinari da ospedale, troppo grandi e troppo delicati per essere spostati fuori da un laboratorio: la differenza è che stavolta è il tomografo a viaggiare fino alla teca del museo, invece di costringere il museo a spedire altrove pezzi vecchi di quattromila anni.
Il chicco d’orzo nascosto in una busta di argilla
Tra le sorprese emerse dalle scansioni, una in particolare ha incuriosito i ricercatori: in una delle buste di argilla si è materializzata, nell’immagine tomografica, la sagoma inconfondibile di un chicco d’orzo, rimasto imprigionato nell’argilla umida quattromila anni fa e mai notato prima. A riconoscerne la forma appiattita e il solco caratteristico è stato l’archeobotanico Andrew Fairbairn, che l’ha identificato senza che nessuno dovesse rompere nulla per guardarci dentro.
La lettera che una donna scrisse al marito lontano
Tra le tavolette scansionate ad Ankara, una racconta qualcosa che i documenti ufficiali di solito non dicono: è la lettera di una donna, Anna-anna, al marito partito per affari lungo le rotte commerciali dell’Anatolia. Nelle colonie assire come Kanesh, mentre gli uomini viaggiavano per mesi con le carovane di stagno e tessuti, erano spesso le mogli a restare a gestire casa, magazzini e contratti, e a scrivere per aggiornare i mariti su ciò che accadeva in loro assenza. Quella busta di argilla, sigillata per proteggere parole private, è rimasta chiusa per quattromila anni: ora si può leggere senza spezzare l’argilla che la custodiva, e con essa il sigillo che diceva chi l’aveva scritta.
Il sigillo impresso sull’involucro, che nessuno ha più bisogno di spezzare, resta comunque leggibile nelle scansioni: dice quale mercante ha autenticato la lettera, a volte anche il suo nome inciso accanto all’immagine del sigillo stesso. È un dettaglio che agli assiriologi serve tanto quanto il testo scritto dentro, perché incrocia i nomi delle famiglie di mercanti con i contratti, i prestiti e le cause commerciali che si trascinavano per anni tra Assur e Kanesh.
Delle centinaia di tavolette sigillate ancora conservate nei musei, solo una piccola parte è stata finora scansionata con ENCI. Le altre restano lì, chiuse, con dentro parole che nessuno ha ancora letto.
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