In una grotta calcarea nella parte meridionale della Repubblica Dominicana, un gruppo di paleontologi ha trovato qualcosa che nessuno aveva mai documentato prima: il nido delle api solitarie scavato dentro la cavità lasciata da un dente caduto, in un osso fossile di roditore vecchio fino a 20.000 anni. Per millenni quella grotta era servita da dispensa a una famiglia di gufi, che vi lasciava cadere i resti indigesti delle prede sotto forma di borre compresse. Tra quelle ossa spolpate, generazioni di api solitarie hanno trovato un rifugio su misura per deporre le uova.
Perché un dente vale più di un buco nella terra?
La maggior parte delle api solitarie — osmie, megachili, api muratrici — scava gallerie nel terreno sabbioso o occupa cavità nel legno morto, negli steli cavi, nelle fessure dei muri. Sono le stesse specie che oggi, in un giardino qualunque, occupano un tubo di canna o un foro lasciato da un tarlo. Un dente fossile, in teoria, non dovrebbe entrare in questa lista: è duro, minerale, privo di nutrienti. Eppure l’alveolo che resta quando un dente si stacca dalla mascella ha una forma che nessun architetto insetto saprebbe migliorare. È liscio, cavo, chiuso su tre lati, protetto dallo spessore dell’osso. Un tubo già pronto, scavato da qualcun altro molto tempo prima.
I ricercatori stavano ripulendo mascelle fossili raccolte nel sito quando hanno notato che gli alveoli vuoti, dove un tempo sedevano i denti, avevano una superficie interna troppo regolare, quasi levigata, per essere un semplice effetto della decomposizione. Qualcosa li aveva rifiniti dall’interno. Non il caso. Un’intenzione.
Cosa mostra la Tac del nido delle api solitarie
Per capire cosa si nascondesse in quelle cavità millimetriche, il team ha sottoposto le mascelle a scansioni TC ad alta risoluzione, ricostruendo in tre dimensioni l’interno degli alveoli senza romperli. Le immagini hanno rivelato pareti di fango sottilissime, impastate — secondo l’ipotesi dei ricercatori — con la saliva delle api madri, che le usavano per suddividere la cavità del dente in piccole camere sigillate, ciascuna più piccola della gomma di una matita. Dentro alcune di queste camere sono stati trovati granelli di polline fossilizzato: la scorta di cibo lasciata per la larva prima di sigillare l’uscita.
Come nasce il nido delle api solitarie in un cimitero di gufi?
Un team di paleontologi guidato dal Field Museum di Chicago ha ricostruito così la catena di eventi: i gufi cacciavano roditori e piccoli bradipi, ne rigurgitavano le ossa indigeste nella grotta, e quelle ossa — ripulite dalla carne, ma ancora intatte nella struttura — restavano lì per secoli, esposte e disponibili. Le api solitarie, che normalmente competono per i pochi siti di nidificazione già pronti in natura, avevano scoperto una fonte pressoché illimitata di alloggi vuoti, rinnovata ogni volta che un gufo digeriva un altro pasto. Una specie non costruiva la casa. La ereditava, già scavata, da un predatore che non aveva alcun interesse a lasciargliela.
Il nuovo tipo di nido fossile è stato battezzato Osnidum almontei, in onore di Juan Almonte Milan, il paleontologo dominicano che per primo aveva individuato la grotta e ne studia i depositi da decenni. Non è la specie di ape a dare il nome al fossile, ma la struttura del nido stesso: una traccia di comportamento, non di anatomia, sopravvissuta più a lungo dell’insetto che l’ha costruita.
Quanto è raro trovare un comportamento fossile?
Le ossa si fossilizzano, i nidi di fango quasi mai: sono troppo fragili, troppo esposti agli agenti atmosferici, troppo facili da confondere con semplice sedimento quando li si guarda a occhio nudo. Perché uno di questi nidi sia arrivato fino a noi, servivano condizioni molto specifiche: un microclima stabile, un dente che facesse da guscio protettivo, un fondo di grotta indisturbato per millenni. Tre coincidenze, non una. È questo, più della rarità del comportamento in sé, a spiegare perché nessuno l’avesse mai trovato prima.
Resta aperta la domanda più interessante: quante altre grotte, in giro per il mondo, custodiscono mascelle fossili con lo stesso segreto scavato all’interno, mai controllato al microscopio o passato sotto una TC. Il team dominicano continua a scavare nello stesso sito, e non esclude di trovare altre camere di fango dentro altri denti, appartenuti ad altri animali scomparsi molto tempo fa. Ogni mascella ripulita, da qui in avanti, verrà controllata due volte: una come osso, una come possibile nido.
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