A quasi tremila chilometri dalla costa abitata più vicina, in mezzo all’Atlantico del Sud, vivono meno di 260 persone che condividono in tutto otto cognomi. È Tristan da Cunha, l’isola più isolata al mondo tra quelle abitate stabilmente. Niente aeroporto. Niente porto vero e proprio. Si arriva solo via mare, e la traversata dal Sudafrica dura circa una settimana, quando l’oceano lo permette.
Tristan da Cunha, l’isola più isolata al mondo: come si vive qui?
Il territorio britannico d’oltremare ha un’unica cittadina, Edinburgh of the Seven Seas, incastonata sull’unico tratto di costa pianeggiante dell’isola. Il resto è roccia vulcanica che sale fino ai 2.062 metri di Queen Mary’s Peak, il vulcano che dà forma a questo pezzo di terra perso nell’oceano. Le navi che collegano Tristan al Sudafrica non seguono un orario fisso: sono una decina di viaggi l’anno, quasi sempre pescherecci o cargo che accettano passeggeri, e servono permessi speciali per salire a bordo.
Chi sbarca trova un solo tratto di strada asfaltata. Tre chilometri in tutto. Gli abitanti la chiamano la M1, come l’autostrada di Londra, e collega il paese ai campi coltivati a patate — i Potato Patches — che restano ancora oggi una delle poche fonti di cibo fresco dell’isola.
Otto cognomi per duecento persone
Sull’isola risiedono stabilmente poco più di 220 persone, secondo i registri anagrafici locali; il totale sale a 250-260 contando chi è di passaggio. Le famiglie storiche portano solo pochi cognomi — Glass, Green, Hagan, Lavarello, Repetto, Rogers, Swain — a cui si sono aggiunti più di recente Collins e Squibb. Con una popolazione così piccola, ogni abitante finisce per fare più di un mestiere: chi macella il bestiame in un mese può occuparsi della scuola nel successivo. Quando qualcuno si ammala o lascia l’isola per un periodo, gli altri si dividono i suoi compiti. Non è organizzazione comunitaria da manuale. È l’unico modo che hanno per tenere in piedi il paese.
Cosa succede quando un’isola intera deve sparire per un anno?
Nell’ottobre del 1961 il vulcano tornò attivo dopo secoli di silenzio. Tutta la popolazione — 264 persone, all’epoca — fu evacuata. Prima a Città del Capo, poi a bordo della RMS Stirling Castle fino a Southampton, dove sbarcarono a inizio novembre. Per la prima volta nella loro vita gli isolani si trovarono davanti a treni, strade asfaltate a perdita d’occhio, calze di nylon. Dettagli che, come racconta la ricostruzione storica dell’evacuazione, li lasciarono letteralmente senza parole.
Passò un anno. Ospedali, scuole inglesi, case popolari. Poi la comunità votò, a larghissima maggioranza, di tornare sull’isola vulcanica che li aveva costretti a scappare. Il primo gruppo sbarcò di nuovo a Tristan nel settembre 1962, per ripulire il villaggio. Il resto della popolazione rientrò tra l’aprile e il novembre 1963, quando le case erano di nuovo abitabili.
Come sopravvive economicamente l’isola più isolata al mondo
L’economia di Tristan da Cunha si regge quasi interamente su un’aragosta. La Tristan Rock Lobster viene pescata dai residenti e venduta fino a 39 dollari a coda sul mercato statunitense, oltre che in Giappone e nel Regno Unito. Il pescato arriva da una delle riserve marine protette più grandi del pianeta, 687.000 chilometri quadrati d’acqua attorno all’arcipelago, dove nel 91% delle acque territoriali la pesca commerciale è vietata del tutto. Nel resto valgono quote rigide e controlli satellitari.
Fino a poco tempo fa, la parte più isolata della vita su Tristan non era il mare aperto: era la connessione internet, lentissima e razionata. Da settembre 2024 è arrivato lo Starlink, con velocità fino a 290 Mbps — più veloce di molte case italiane. Per la prima volta gli isolani guardano video in streaming senza interruzioni, e qualcuno ha iniziato a lavorare online restando sull’isola, invece di dover scegliere tra restare e avere un impiego.
Perché nessuno se ne va, allora?
Oggi la popolazione oscilla poco. I numeri pubblicati dall’anagrafe dell’isola mostrano una comunità che cambia più per nascite e ritorni che per nuovi arrivi. Non esistono alberghi in senso classico. Nei negozi del paese non si accettano carte di credito. E per sbarcare serve un permesso del consiglio dell’isola, non un semplice biglietto. Chi nasce a Tristan da Cunha eredita un cognome tra gli otto disponibili — e un turno nella lista dei mestieri che tengono in vita l’isola: guardia costiera, meccanico di barche, addetto alla centrale elettrica, insegnante.
Resta un paradosso di fondo. La stessa distanza che rende quasi impossibile la vita quotidiana — niente aeroporto, una nave ogni tanto, otto cognomi in croce — è anche ciò che ha tenuto lontani il turismo di massa e la speculazione edilizia. Quanto possa reggere un equilibrio così fragile, con una popolazione che non arriva a 300 persone, è una domanda a cui nemmeno gli abitanti sanno rispondere con certezza.
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