Nel deserto orientale del Sahara, al confine tra Egitto e Sudan, c’è un rettangolo di sabbia di 2.060 chilometri quadrati che nessuno dei due paesi rivendica. Si chiama Bir Tawil, e non è una zona contesa: è l’esatto contrario. La maggior parte dei confini instabili del mondo esiste perché due stati vogliono lo stesso pezzo di terra. Qui succede il contrario: Egitto e Sudan fanno di tutto, da oltre sessant’anni, per non doverselo intestare. Il motivo affonda in una linea tracciata da funzionari britannici nel 1899 e corretta nel 1902, e in una striscia di costa sul Mar Rosso che vale molto più di un quadrato di roccia e sabbia.
Perché Bir Tawil non appartiene a nessuno
Quando il Regno Unito amministrava Egitto e Sudan come un unico blocco coloniale, nel 1899 fissò il confine tra i due territori lungo il 22° parallelo, una riga dritta sulla mappa. Nel 1902 la corresse per motivi pratici: alcune tribù nomadi che pascolavano vicino al Mar Rosso vennero assegnate all’amministrazione sudanese, anche se la loro terra si trovava a nord della riga del 1899. Il risultato furono due confini diversi e mai unificati. Secondo la linea del 1899, Bir Tawil appartiene al Sudan e il più ricco Triangolo di Hala’ib, affacciato sul Mar Rosso, resta egiziano. Secondo la linea amministrativa del 1902, succede l’opposto: Hala’ib passa al Sudan e Bir Tawil finisce sotto l’Egitto.
Ogni paese, quindi, sceglie comodamente la linea che gli garantisce Hala’ib, che ha porti, pesca e giacimenti minerari, e scarica automaticamente Bir Tawil sull’altro. L’Egitto rivendica il confine del 1899, il Sudan quello del 1902: nessuno dei due, seguendo la propria stessa logica, può intestarsi anche Bir Tawil senza rinunciare a Hala’ib. Il deserto resta quindi terra nullius, terra di nessuno, non per un vuoto burocratico ma per una scelta razionale ripetuta da due governi per più di mezzo secolo.
Un uomo ha piantato una bandiera e si è fatto re
Il 16 giugno 2014, Jeremiah Heaton, un allevatore della Virginia, ha guidato per ore nel deserto partendo dal lato egiziano e ha piantato nella sabbia di Bir Tawil una bandiera blu con una corona dorata e quattro stelle. Aveva promesso alla figlia Emily, che quel giorno compiva sette anni, che sarebbe diventata una principessa: dopo aver scoperto online che quel territorio non risultava assegnato a nessuno stato, ha deciso di prenderlo sul serio. Ha battezzato il suo regno “Kingdom of North Sudan” e si è autoproclamato monarca, come racconta la voce dedicata alle rivendicazioni su Bir Tawil su Wikipedia. Nessun governo né organizzazione internazionale ha mai riconosciuto la rivendicazione.
Chi altro ha provato a reclamare Bir Tawil
Prima di lui, nel 2014, la micronazione online belga Grand Duchy of Flandrensis aveva già rivendicato Bir Tawil da una scrivania in Europa, senza mai mettere piede nel deserto. Nel 2017 un viaggiatore indiano, Suyash Dixit, ha ripetuto il gesto di Heaton piantando una propria bandiera e proclamando il “Kingdom of Dixit”. Altri ci hanno provato via internet negli anni successivi, rivendicando titoli nobiliari e passaporti che nessun ufficio doganale al mondo accetterebbe. Ognuna di queste rivendicazioni resta un atto simbolico senza alcun valore per il diritto internazionale, che riconosce la sovranità solo se uno stato esistente la esercita davvero e la fa rispettare con confini pattugliati, leggi proprie e una popolazione stabile.
Terra di nessuno, ma non terra libera
C’è un dettaglio che rende tutto ancora più assurdo: pur non appartenendo formalmente a nessuno, Bir Tawil si trova in una zona militare sensibile al confine tra due paesi, e raggiungerla richiede comunque permessi e scorte delle autorità egiziane, che controllano l’accesso da quel lato del deserto. Non ci sono abitanti stabili, pozzi d’acqua potabile o strade: solo qualche pastore di passaggio e, ogni tanto, un viaggiatore che arriva fin lì per lo stesso motivo per cui la gente scala montagne inutili — perché è uno dei pochissimi pezzi di terraferma del pianeta, insieme a poche altre sacche sparse tra Africa e Antartide, che chiunque potrebbe teoricamente rivendicare come proprio, senza che nessuno stato reale abbia interesse a fermarlo. Bir Tawil resta lì, non contesa e non voluta, mentre i due paesi che potrebbero prendersela continuano a preferire quello che hanno già.
Non è l’unico paradosso di confine nato da una vecchia riga tracciata su una mappa coloniale: succede anche a Baarle, dove il confine tra Belgio e Olanda taglia in due le case invece che i deserti.
Un altro caso limite di geografia decisa a tavolino sono le isole Diomede, separate da meno di quattro chilometri ma divise da un fuso orario di 21 ore.
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