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L’uomo di Tollund: scambiato per un cadavere recente

L’uomo di Tollund: scambiato per un cadavere recente

Il 6 maggio 1950 due fratelli, Viggo ed Emil Højgaard, tagliano torba per la stufa di casa in una palude vicino a Bjældskovdal, non lontano da Silkeborg, in Danimarca. A un certo punto, nello strato scuro, spunta un volto. Le rughe, le ciglia, persino la barba incolta sono così nitide che i due chiamano subito la polizia: pensano di aver trovato la vittima di un omicidio recente. Invece hanno appena scoperto l’uomo di Tollund, un corpo di quasi 2400 anni.

L’uomo di Tollund era morto da 24 secoli, non da un giorno

Gli esami al radiocarbonio, condotti anni dopo, hanno datato la morte tra il 400 e il 380 a.C. circa, in pieno primo Ferro nordico. L’uomo aveva tra i 30 e i 40 anni ed era alto appena 161 centimetri. A conservarlo così bene non è stata la fortuna, ma la chimica della torbiera: gli sfagni, i muschi tipici di questi ambienti, rilasciano acidi che bloccano i batteri della decomposizione e trasformano la pelle in una sorta di cuoio scuro. Non è magia, è chimica da palude. Le ossa, al contrario, si dissolvono quasi sempre in questo ambiente acido: per questo molti “corpi di palude” sembrano più pelle che scheletro.

Il cappio al collo: incidente, esecuzione o sacrificio?

Intorno al collo dell’uomo c’era ancora un capestro di pelle intrecciata, il nodo scorsoio girato verso la nuca. Non è un dettaglio da poco: gli esami escludono che si sia impiccato per caso, restando incastrato in un ramo. L’archeologo danese Peter Vilhelm Glob, che studiò il ritrovamento, propose che si trattasse di un’offerta rituale, forse legata a una divinità della fertilità che si pensava abitasse proprio le paludi. Gli occhi e la bocca erano chiusi con cura, il corpo era stato disposto quasi in posizione fetale: nulla suggerisce una sepoltura frettolosa o casuale.

Cosa mangiò poche ore prima di morire

Nel 2021 un gruppo di ricercatori dell’Università di Aarhus ha riesaminato il contenuto dello stomaco dell’uomo con tecniche che negli anni Cinquanta non esistevano. Il risultato: un porridge composto per l’85% da orzo, per il 9% da poligono comune (un’erba infestante) e per il 5% da semi di lino, probabilmente accompagnato da un po’ di pesce. Niente di raffinato. Lo aveva mangiato tra le 12 e le 24 ore prima di morire. Nell’intestino sono state trovate anche uova di parassiti intestinali, segno che le infestazioni erano la norma anche per un uomo adulto in salute apparente. Alcuni residui di trebbiatura mescolati al porridge, come frammenti di carbone e granelli di sabbia, fanno pensare a un’aggiunta intenzionale, forse anch’essa parte del rituale.

Perché al museo si vede solo la testa originale

Chi visita oggi il Museum Silkeborg, dove il corpo è esposto, guarda in realtà solo la testa e un piede: sono le uniche parti rimaste come nel 1950. Negli anni successivi al ritrovamento, la tecnologia di conservazione non era ancora in grado di trattare un corpo umano intero senza comprometterlo, e gran parte dei tessuti si è deteriorata prima che si trovasse un metodo efficace. Il resto del corpo esposto oggi è una ricostruzione fedele, calibrata sulle fotografie e le misurazioni prese subito dopo la scoperta. Paradossalmente, l’oggetto più fotografato del museo è per metà un calco.

Da un fango danese a una poesia irlandese

Nel 1969 l’archeologo Glob raccolse le sue ricerche sui corpi di palude in un libro, “The Bog People”, tradotto in diverse lingue e diventato un piccolo classico dell’archeologia divulgativa. Tra i lettori c’era il poeta irlandese Seamus Heaney, che nel 1972 scrisse una poesia intitolata proprio “The Tollund Man”, ispirata a quella foto in bianco e nero del volto riemerso dal fango. Heaney, premio Nobel per la letteratura nel 1995, tornò più volte sul tema dei corpi di palude negli anni successivi, leggendovi un parallelo con la violenza politica in Irlanda del Nord. Un contadino con un cappio al collo, morto in un rito di cui non restano parole scritte, è diventato così anche materia letteraria, a duemila chilometri e duemilaquattrocento anni di distanza dal luogo e dal momento della sua morte.

Un corpo tra centinaia

L’uomo di Tollund non è un caso isolato. Nelle torbiere di Danimarca, Germania settentrionale, Irlanda e Regno Unito sono stati recuperati oltre 500 corpi simili, quasi tutti risalenti all’età del Ferro. Pochi però conservano dettagli così fini: le impronte digitali dell’uomo di Tollund sono ancora leggibili, tanto che negli anni Cinquanta la polizia locale le passò comunque agli archivi, prima di scoprire che l’unico crimine da indagare risaliva a un’epoca in cui in quella parte d’Europa non esisteva ancora la scrittura runica. Ogni tanto, nelle stesse torbiere, la torba continua a restituire qualcosa: un frammento di cuoio, un attrezzo, a volte un altro volto.

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