Nel 1988 il biologo tedesco Christian Sommer lascia per settimane, per errore, alcuni esemplari di una piccola medusa in una vasca di laboratorio a Genova, senza cambiare l’acqua né nutrirli. Si aspetta di ritrovarli morti. Invece li trova ringiovaniti: tornati allo stadio di polipo, come se il loro orologio biologico fosse andato indietro invece che avanti. Quella medusa, larga quanto un’unghia, oggi si chiama Turritopsis dohrnii ed è nota come medusa immortale.
Come fa la medusa immortale a non morire
Il trucco non è resistere alla morte, ma evitarla cambiando corpo. Quando è ferita, affamata o lo stress ambientale diventa troppo, Turritopsis dohrnii attiva un processo chiamato transdifferenziazione cellulare: le cellule adulte, già specializzate, tornano indietro nello sviluppo e si riprogrammano in cellule staminali o in tipi cellulari diversi da quelli di partenza. In 24-72 ore la medusa adulta collassa su se stessa e si ricompone come polipo, lo stadio giovanile da cui tutto era partito. Poi ricomincia il ciclo da capo. E può rifarlo, in teoria, un numero indefinito di volte.
Un genoma pieno di copie di riserva
Nel 2022 un gruppo di ricerca spagnolo ha sequenziato il genoma di Turritopsis dohrnii confrontandolo con quello di una specie cugina non capace di ringiovanire, Turritopsis rubra. Lo studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, ha trovato che la medusa immortale possiede copie multiple di geni legati a quattro funzioni: riparazione del DNA, mantenimento dei telomeri, difesa dai radicali liberi e rinnovamento delle cellule staminali. Non un solo gene magico, quindi, ma un intero corredo genetico ridondante che le altre meduse non hanno.
Non è invincibile, solo capace di tornare indietro
Chiamarla “immortale” è una scorciatoia giornalistica: un predatore, una malattia improvvisa o una temperatura letale possono ucciderla come qualsiasi altro animale. Quello che Turritopsis dohrnii ha risolto è un problema diverso, più specifico: la senescenza cellulare, cioè l’accumulo di danni che normalmente porta un organismo a invecchiare e morire per esaurimento. Aggirando quel meccanismo, la medusa si comporta più come un programma che si riavvia che come un corpo che invecchia.
Da Genova ai mari di tutto il mondo, la medusa immortale che nessuno nota
Originaria dei Caraibi, Turritopsis dohrnii si è diffusa silenziosamente in quasi tutti gli oceani, aggrappata agli scafi delle navi mercantili come passeggera clandestina. Misura pochi millimetri, è quasi trasparente e priva del campanello d’allarme di un colore vistoso: nessuno l’avrebbe notata, se non fosse per quello che sa fare quando le cose vanno male. Il suo corpo a campana ha al massimo 90 tentacoli sottili, e lo stomaco rosso acceso è spesso l’unico dettaglio visibile a occhio nudo in mezzo all’acqua. Per un secolo, dalla sua prima descrizione scientifica nel 1883, è passata semplicemente per una delle tante meduse minori del Mediterraneo. Solo l’incidente di laboratorio del 1988 ha rivelato cosa la rendeva diversa da qualunque altro animale conosciuto.
Perché una medusa interessa chi studia l’invecchiamento umano
La ragione per cui laboratori di tutto il mondo studiano questo animale da pochi millimetri non è trasformare gli esseri umani in meduse, ma capire quali interruttori genetici rendono possibile la rigenerazione cellulare senza che le cellule impazziscano e diventino tumorali. La transdifferenziazione, infatti, è lo stesso tipo di processo studiato per la medicina rigenerativa: far tornare indietro una cellula specializzata senza perdere il controllo sulla sua crescita. Turritopsis dohrnii lo fa da milioni di anni senza sviluppare cancro. Rinnovarsi senza impazzire: è esattamente questo equilibrio a interessare chi cerca strategie contro l’invecchiamento cellulare.
Resta un mistero quanti cicli di ringiovanimento possa affrontare un singolo esemplare prima che qualcosa si inceppi, se mai si inceppa. In laboratorio i ricercatori ne hanno osservati diversi consecutivi sullo stesso individuo, ma nessuno ha ancora tenuto una colonia abbastanza a lungo da vedere cosa succede dopo il decimo, il centesimo, il millesimo riavvio.
Un animale difficile da studiare in cattività
C’è un ostacolo pratico che rallenta la ricerca su questa specie: Turritopsis dohrnii si riproduce e ringiovanisce meglio in condizioni che i laboratori faticano a replicare su scala. Serve nutrirla con altre piccole meduse o plancton vivo, mantenere temperatura e salinità entro margini stretti, e osservare esemplari singoli per settimane senza interromperne il ciclo. Per questo le colonie stabili in acquario restano rare, e gran parte di quello che si sa arriva da un numero limitato di gruppi di ricerca, in Italia, Spagna e Giappone, che sono riusciti a farla riprodurre con continuità. Non è scontato affatto.
Anche l’identificazione sul campo resta complicata: a occhio nudo Turritopsis dohrnii è quasi indistinguibile da altre meduse della stessa famiglia, e la conferma della specie richiede l’analisi genetica. È probabile che esemplari già raccolti in passato come “meduse comuni” fossero in realtà lei, senza che nessuno se ne accorgesse.
Non è l’unica specie a mettere in crisi l’idea che invecchiare sia inevitabile: anche l’axolotl rigenera tessuti fino al cervello, con una strategia biologica diversa ma la stessa domanda di fondo per chi studia l’invecchiamento cellulare.
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