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Perché sbadigliamo? Il cervello si raffredda

Perché sbadigliamo? Il cervello si raffredda

In inverno sbadigliamo più spesso che in estate, anche restando fermi, alla stessa ora, nello stesso punto della città. Lo ha misurato un gruppo di ricercatori a Tucson, in Arizona, fermando 160 passanti lungo un anno: 80 in gennaio, 80 in luglio, temperatura corporea identica, comportamento diverso. È una delle poche risposte solide alla domanda di perché sbadigliamo. Ed è quasi l’opposto di quello che si insegna a scuola: non è (solo) sonno, non è (solo) noia.

Perché sbadigliamo: il cervello ha un termostato

La teoria più accreditata oggi si chiama ipotesi del raffreddamento cerebrale, ed è legata al lavoro di Andrew Gallup, biologo evoluzionista che studia lo sbadiglio da oltre vent’anni. Quando spalanchiamo la mascella, il flusso di sangue verso viso e collo aumenta bruscamente. L’inspirazione profonda che accompagna lo sbadiglio porta aria fresca a contatto con i vasi sanguigni di naso e bocca, che a loro volta raffreddano il sangue diretto al cervello e il liquido cerebrospinale che lo avvolge.

Gallup ha misurato la temperatura cerebrale nei ratti prima e dopo lo sbadiglio: sale leggermente, poi crolla nel momento esatto in cui l’animale spalanca la bocca. Lo stesso schema, secondo lo studio raccontato dalla stessa Università di Princeton, spiegherebbe perché a Tucson la gente sbadigliava meno in estate: se l’aria esterna supera i 37°C, respirarla non raffredda nulla, quindi il corpo smette di provarci. Lo sbadiglio, in questa lettura, non è un segnale di stanchezza ma un termostato che si attiva solo quando può davvero funzionare.

Il contagio dello sbadiglio non è (solo) empatia

C’è poi il fenomeno più fastidioso: basta leggere questo paragrafo perché qualcuno, da qualche parte, stia già sbadigliando. Per anni la spiegazione preferita è stata quella dei neuroni specchio, gli stessi che si attivano osservando un gesto altrui come se lo si compisse in prima persona. Studi successivi hanno complicato il quadro: le donne mostrano tassi di sbadiglio contagioso più alti degli uomini, i bambini sotto i quattro anni ne sono quasi immuni, e chi ha punteggi più bassi nei test di empatia tende a “contagiarsi” di meno.

Il contagio non è nemmeno un’esclusiva umana. Cani, scimpanzé e persino alcuni pesci mostrano schemi simili, e più marcati tra individui che condividono un legame stretto: un partner, un membro del branco, un padrone. Alcuni etologi ci leggono una funzione sociale precisa — sincronizzare lo stato di veglia di un gruppo, magari per allertarlo insieme di un pericolo o organizzare insieme il riposo.

Anche i feti sbadigliano, e nessuno sa bene perché

Le ecografie mostrano feti che spalancano la bocca già dalla ventesima settimana di gravidanza, molto prima che il corpo abbia bisogno di regolare la propria temperatura interna o mostrare sonnolenza sociale. Alcuni ricercatori ipotizzano che si tratti di un esercizio neuromuscolare, una prova generale per i circuiti cerebrali che dovranno coordinare respirazione e deglutizione dopo la nascita. Altri sospettano che lo sbadiglio, più che un comportamento unico, sia in realtà un riflesso motorio antico riadattato più volte nel corso dell’evoluzione per scopi diversi.

I serpenti sbadigliano per tutt’altro motivo

Il dettaglio che meglio racconta quanto sia ancora aperta la questione arriva dai rettili. Pitoni e altri serpenti spalancano le fauci in modo quasi identico allo sbadiglio umano, ma lo fanno subito dopo aver ingoiato una preda enorme: serve a rimettere in asse le due metà della mandibola, che durante l’ingestione si sganciano quasi completamente. Nessun raffreddamento cerebrale, nessun contagio sociale — solo meccanica ossea. È un promemoria utile: quello che chiamiamo “sbadiglio” potrebbe essere un’etichetta unica applicata a comportamenti che nel corso dell’evoluzione sono nati in momenti diversi, per ragioni diverse, e che oggi assomigliano tra loro quasi per caso.

Robert Provine, tra i pochi neuroscienziati ad aver dedicato una carriera intera allo sbadiglio, lo ha definito il comportamento umano più comune e meno compreso in assoluto. Le misurazioni sulla temperatura cerebrale, i conteggi stagionali a Tucson, le ecografie sui feti hanno aggiunto pezzi al quadro, ma non lo hanno chiuso: ogni volta che la scienza crede di aver isolato “la” causa dello sbadiglio, spunta un’eccezione — un serpente, un feto, un pomeriggio d’agosto in cui nessuno sbadiglia — che costringe a riscrivere la domanda.

Su una cosa, però, tutti gli studi concordano: la durata. Uno sbadiglio umano dura in media circa sei secondi — apertura lenta, chiusura più rapida — quasi indipendentemente da età, cultura o lingua parlata. Un confronto tra oltre venti specie di mammiferi ha persino trovato una correlazione tra dimensione del cervello e lunghezza dello sbadiglio: più neuroni ha una specie, più a lungo tiene la bocca spalancata, come se il raffreddamento richiedesse un tempo proporzionale al “motore” da rinfrescare. Elefanti e ricci di terra segnano gli estremi opposti di questa scala. Ed è proprio confrontando specie così lontane che il mistero, invece di ridursi, continua ad allargarsi.

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