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Perché le zebre hanno le strisce

Perché le zebre hanno le strisce

Le zebre hanno le strisce per un motivo che non ha quasi nulla a che fare con i leoni. Per decenni la spiegazione più ripetuta è stata il mimetismo: il pattern bianco e nero avrebbe confuso i predatori, mescolando i profili dei singoli animali in una mandria in fuga, il cosiddetto “effetto dazzle”. Elegante. Perfetta per un documentario. E, secondo gli studi più recenti, quasi certamente sbagliata.

Il biologo Tim Caro, dell’Università della California a Davis, ha passato oltre un decennio a testare sul campo ogni ipotesi esistente sulle strisce delle zebre: termoregolazione, riconoscimento individuale, coesione sociale, difesa dai predatori. Una dopo l’altra, le ipotesi sono cadute. L’unica variabile che ha continuato a correlare in modo netto con la presenza e la densità delle strisce, mappa dopo mappa, è stata un’altra: la distribuzione geografica delle mosche cavalline e delle mosche tse-tse.

Cosa succede quando una mosca cavallina incontra un manto a strisce

Le mosche tabanidi, le cavalline, individuano la pelle da mordere grazie alla luce polarizzata riflessa dal manto: un pelo scuro e uniforme riflette una polarizzazione orizzontale molto forte, ed è proprio quel segnale a guidare l’atterraggio dell’insetto. Un pattern a strisce bianche e nere spezza quella riflessione in bande contrastanti e manda in tilt il sistema visivo composto della mosca. Il risultato non è che le mosche restano lontane. Si avvicinano lo stesso. Solo che non riescono a frenare e ad atterrare in modo controllato sulla pelle.

Nel 2014 Caro e colleghi hanno pubblicato su Nature Communications una mappa che sovrappone la distribuzione delle sette specie di equidi selvatici — zebre, asini selvatici, cavalli — alla densità delle strisce sul loro manto e alla pressione delle mosche succhia-sangue nelle rispettive aree geografiche. La correlazione è quasi perfetta: dove le mosche cavalline sono più aggressive e attive tutto l’anno, gli equidi selvatici hanno più strisce, più marcate, estese anche alle zampe e alla pancia. Dove le mosche sono rare, il manto resta uniforme.

Il test con i mantelli a strisce sui cavalli

Per verificare l’ipotesi senza aspettare i tempi dell’evoluzione, un gruppo di ricerca ha coperto dei cavalli domestici — normalmente marroni o neri — con mantelli bianco e nero a strisce, confrontandoli con cavalli scoperti e con cavalli vestiti a tinta unita. Con le telecamere ad alta velocità puntate addosso, il conteggio è stato preciso: sui cavalli a strisce le mosche atterravano fino al 70% in meno di volte rispetto ai cavalli senza copertura, e quando ci provavano lo facevano goffamente, sfiorando il pelo invece di posarsi e restare abbastanza da pungere.

Perché resiste ancora l’idea che le zebre hanno le strisce contro i leoni

L’ipotesi del camuffamento anti-predatore è nata da un ragionamento più intuitivo che sperimentale: le zebre vivono accanto a grandi predatori, quindi qualsiasi tratto vistoso “deve” servire a difendersi da loro. Ma quando i ricercatori hanno simulato la visione di un leone, il risultato ha spiazzato tutti. Oltre pochi metri di distanza, e soprattutto al crepuscolo — l’orario in cui i leoni cacciano di più — l’occhio del predatore non distingue bene le strisce dallo sfondo erboso. Il pattern che dovrebbe confondere il predatore diventa quasi invisibile proprio nel momento in cui servirebbe.

Anche la coesione di branco regge poco al confronto con i dati raccolti sul campo: gli individui si riconoscono soprattutto dall’olfatto e dal richiamo vocale, non guardando il disegno del manto del vicino. Resta comunque un dettaglio bizzarro: ogni zebra ha un pattern di strisce unico, diverso da ogni altra, come un’impronta digitale che i puledri imparano a memorizzare nei primi giorni di vita per non perdere la madre nel gruppo durante la fuga da un predatore.

L’ipotesi minore che nessuno ha ancora escluso

Resta la termoregolazione, ipotesi secondaria ma non del tutto abbandonata: le strisce nere assorbono più calore, quelle bianche meno, e la differenza di temperatura tra le due potrebbe generare micro-correnti d’aria sulla pelle che aiutano l’animale a raffreddarsi nella savana. I dati su questo punto restano più deboli di quelli sulle mosche cavalline, ma nessuno studio recente li ha del tutto smentiti.

Quello che i dati indicano con più forza, oggi, è che l’evoluzione ha risolto un problema molto meno cinematografico di un leone in agguato: un insetto di pochi millimetri, capace di trasmettere malattie e di succhiare sangue in pieno giorno, contro cui non esiste artiglio né zanna che tenga. Bastano due colori disposti nel modo giusto, ripetuti migliaia di volte sulla stessa pelle.

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