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Il gatto fa le fusa quando sta male: ecco perché

Il gatto fa le fusa quando sta male: ecco perché

Il gatto fa le fusa quando sta male, quando è ferito, persino quando sta morendo. Non solo quando riceve una carezza sul divano. I veterinari lo registrano da decenni: gatti con fratture, gatti operati appena usciti dall’anestesia, gatte durante il parto. Se le fusa fossero solo il segnale acustico della felicità, questo comportamento non avrebbe alcun senso. E infatti non lo è.

Il gatto fa le fusa quando sta male: non è un’emozione, è un suono

Prima ancora di chiedersi a cosa servano le fusa, bisogna chiarire cosa sono. Non è un suono vocale come il miagolio: quando un gatto miagola, l’aria fa vibrare le corde vocali una sola volta per emissione, come in qualsiasi mammifero. Le fusa invece nascono da un piccolo “metronomo” nel tronco encefalico che comanda alla laringe e al diaframma di contrarsi e rilasciarsi in raffica, 20-30 volte al secondo, sia mentre il gatto inspira sia mentre espira. È una delle poche vocalizzazioni del mondo animale prodotta da un ritmo muscolare volontario invece che da un singolo passaggio d’aria, ed è per questo che un gatto può tenerla per minuti senza restare senza fiato.

Negli anni ’90 la bioacustica Elizabeth von Muggenthaler, del Fauna Communications Research Institute in North Carolina, ha registrato le fusa di dieci specie di felini con microfoni a contatto, misurando le vibrazioni prodotte dalla laringe. Il risultato: la maggior parte dei gatti domestici fa le fusa in una banda che oscilla tra i 25 e i 150 Hertz, con picchi ricorrenti intorno ai 25, 50 e 100 Hz. Sono frequenze molto precise per un rumore che sembra casuale quanto un ronzio. Troppo precise per essere un caso.

Quella precisione ha insospettito i ricercatori. In fisioterapia e in ortopedia veterinaria, vibrazioni comprese tra i 25 e i 50 Hertz vengono usate per stimolare la densità ossea, favorire la saldatura di fratture e accelerare la guarigione di tendini e legamenti; quelle intorno ai 100 Hz agiscono soprattutto su muscoli e tessuti molli, riducendo l’infiammazione. Il gatto, senza alcuna intenzione terapeutica cosciente, produce da solo l’intero spettro.

Perché il gatto fa le fusa proprio quando sta male

Qui arriva la parte che ribalta l’idea comune. Un gatto domestico dorme in media 15-16 ore al giorno e, da ferito o malato, può restare quasi immobile per settimane: le stesse condizioni che negli esseri umani allettati portano a perdita di massa ossea e atrofia muscolare in tempi rapidi. L’ipotesi più accreditata tra gli etologi è che le fusa a bassa frequenza funzionino da meccanismo di mantenimento: un modo, economico dal punto di vista energetico, per continuare a sollecitare ossa e muscoli senza doversi muovere. Il gatto ferito che fa le fusa non starebbe manifestando serenità, ma applicandosi una seduta di fisioterapia con l’unico strumento che ha: il proprio corpo.

Non è un caso isolato nel mondo felino. Le fusa accompagnano anche il parto — un momento di dolore acuto, non di quiete — e in diversi resoconti clinici i gatti anziani hanno continuato a farle nelle ultime ore di vita, quando qualunque interpretazione legata al piacere smette di reggere. Anche i cuccioli le usano da subito, a pochi giorni di vita, quando sono ancora sordi e con gli occhi chiusi: per loro le fusa della madre, sentite come vibrazione contro il corpo più che come suono, sono il primo segnale che li guida verso la mammella. Lo stesso meccanismo nato per comunicare nel buio sembra essere stato riadattato, nel corso dell’evoluzione, per un uso completamente diverso: l’automedicazione.

Il dettaglio che i leoni non hanno

C’è un rovescio curioso in questa storia: non tutti i grandi felini possono fare le fusa. Leoni, tigri, giaguari e leopardi hanno un osso ioide flessibile che permette loro di ruggire, ma impedisce la vibrazione continua necessaria alle fusa. Non possono, semplicemente. I ghepardi, invece, che non ruggiscono, fanno le fusa esattamente come un gatto di casa. La capacità di produrre quella frequenza guaritrice sembra essere il prezzo pagato per rinunciare al ruggito — o viceversa, a seconda di come si vuole raccontare l’evoluzione della laringe felina.

Una terapia che nessuno ha prescritto

Nessuno studio ha ancora dimostrato in modo definitivo che le fusa guariscano davvero le ossa di un gatto: gran parte delle prove viene da analogie con la medicina vibratoria umana, non da trial clinici sui felini stessi. Resta però il fatto che i gatti si fratturano con una frequenza inferiore rispetto ad altri animali di taglia simile e che le loro fratture, quando capitano, tendono a consolidarsi più in fretta. Che sia la frequenza delle fusa a spiegarlo, o solo una parte della risposta, è una domanda che i veterinari continuano a porsi ogni volta che un gatto convalescente si mette a ronfare sul lettino della clinica, invece che restare in silenzio.

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