Il nome della tecnologia che oggi accoppia cuffie, auricolari e casse senza fili viene da un dente. Non un dente qualunque: quello, forse marcio e scurito, di un re vichingo morto più di mille anni fa. Per capire perché si chiama Bluetooth bisogna tornare al 1997, in un ufficio Intel. L’ingegnere Jim Kardach cercava solo un’etichetta provvisoria, buona per qualche settimana, per un progetto che rischiava di morire prima ancora di nascere.
Doveva mettere d’accordo aziende rivali — Ericsson, Nokia, IBM, Toshiba — su uno standard comune per far parlare i dispositivi via radio, senza cavi. Le riunioni non portavano da nessuna parte. Ognuno spingeva per il proprio protocollo, e nessuno voleva cedere terreno. La sera, per staccare, Kardach leggeva I lunghi vascelli, romanzo di Frans G. Bengtsson sui vichinghi. Lì si imbatté in un re danese che mille anni prima aveva risolto un problema quasi identico: mettere insieme fazioni che fino a quel momento si erano fatte guerra.
Perché si chiama Bluetooth: il re che univa, non i telefoni
Quel re si chiamava Harald Gormsson, soprannominato Blåtand, “dente blu”. Ha governato la Danimarca nella seconda metà del X secolo, estendendo il potere anche su parte della Norvegia. È lui il sovrano che, secondo le rune incise sulla pietra di Jelling, “conquistò tutta la Danimarca e la Norvegia” e portò il cristianesimo tra i danesi, sostituendo gli antichi culti pagani. Sul soprannome le fonti storiche non concordano del tutto: la versione più citata parla di un dente morto, necrotico, diventato scuro fino a sembrare blu. Altri studiosi lo leggono più semplicemente come un errore di trascrizione di un termine che indicava la carnagione scura.
La metafora che convinse Kardach in una riunione
A Kardach quella storia sembrò la metafora giusta: un sovrano capace di far sedere allo stesso tavolo fazioni che normalmente non si parlavano. Esattamente ciò che serviva al suo consorzio di aziende in guerra sugli standard. Propose “Bluetooth” per il progetto durante una riunione, convinto che sarebbe durato poco: il tempo di trovare un nome ufficiale più presentabile da portare sul mercato.
Un’etichetta che nessuno voleva tenere davvero
Il marketing aveva già pronti due candidati più seri: “RadioWire” e “PAN”, acronimo di Personal Area Network. Nessuno dei due arrivò mai sugli scaffali. Quando il gruppo di lavoro si presentò ufficialmente nel maggio 1998 come Bluetooth Special Interest Group, la registrazione del marchio era già partita. La stampa specializzata aveva già preso l’abitudine di scrivere “Bluetooth” nei suoi articoli, e cambiarlo in corsa sarebbe costato tempo e soldi che il consorzio non aveva. Così il soprannome di un re morto da mille anni restò lì, senza che nessuno lo avesse davvero scelto con convinzione.
C’è un secondo dettaglio che quasi nessuno nota: anche il logo blu a forma di runa, stampato su miliardi di dispositivi, non è un simbolo inventato per l’occasione. È la fusione grafica di due lettere dell’alfabeto runico più giovane, Hagall (ᚼ) e Bjarkan (ᛒ) — le iniziali di Harald Blåtand. Ogni volta che qualcuno attiva il Bluetooth sullo smartphone, sta accendendo il monogramma di un re medievale morto nel 986.
Come un placeholder è diventato uno standard planetario
Oggi il Bluetooth Special Interest Group riunisce migliaia di aziende associate, con miliardi di dispositivi compatibili in circolazione: wearable, auto, dispositivi medici, altoparlanti da cucina. Nessuno, tra i primi ingegneri coinvolti, avrebbe scommesso un euro su quel nome. Era un riempitivo per uno slot vuoto in una slide. E invece ha attraversato più di venticinque anni di revisioni tecniche, dalla versione 1.0 agli attuali standard a basso consumo energetico.
Resta un fatto quasi paradossale: la parola più pronunciata al mondo in ambito wireless non descrive niente della tecnologia in sé. Non parla di radio, frequenze o antenne. Racconta la biografia frammentaria di un sovrano vichingo che univa territori litigiosi — e lo fa ancora oggi, ogni volta che qualcuno la pronuncia senza pensarci.
La prossima volta che un paio di cuffie si accoppia da sola con il telefono, in quella manciata di secondi c’è ancora il nome di un re che, tanti secoli prima, provava a fare la stessa cosa con le persone: farle parlare tra loro senza fili, nel senso più letterale della storia.
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