A un anno di età, il cervello di un bambino registra già dei ricordi. Non frammenti confusi, ma tracce vere nell’ippocampo, la struttura che negli adulti custodisce la memoria degli eventi vissuti. Eppure nessuno, da grande, riesce a risalire a quel periodo. Zero. Questo scarto tra ciò che il cervello archivia e ciò che l’adulto riesce a recuperare è il cuore dell’amnesia infantile, e un esperimento recente di neuroscienze ha appena smontato la spiegazione che per decenni sembrava ovvia.
Un ippocampo troppo giovane per ricordare? Non proprio
L’ipotesi dominante diceva questo: l’ippocampo dei neonati è troppo immaturo per fissare ricordi a lungo termine, quindi i primi anni non lasciano traccia perché, semplicemente, non c’è nulla da ricordare. Un gruppo di Yale, guidato da Tristan Yates sotto la supervisione di Nick Turk-Browne, ha deciso di verificarlo nel modo più diretto possibile: infilando neonati svegli, distratti con bolle di sapone e pupazzi, dentro uno scanner a risonanza magnetica funzionale.
Ai bambini venivano mostrate immagini di volti, oggetti e scene. Più tardi, alcune di quelle immagini ricomparivano accanto a foto mai viste prima, e i ricercatori misuravano quanto a lungo i piccoli fissassero quelle già viste — segno che le riconoscevano. Il risultato: già a partire dai 12 mesi, più l’ippocampo si attivava alla prima visione di un’immagine, più il bambino tendeva a riconoscerla in seguito. La memoria dei singoli eventi funziona molto prima di quanto si pensasse. Proprio quella che poi, da adulti, non riusciamo più a raggiungere.
Se il ricordo si forma, perché l’amnesia infantile lo cancella comunque?
A questo punto il problema non è più la creazione del ricordo, ma il suo recupero. Nei primi anni l’ippocampo continua a rimodellarsi: si aggiungono nuovi neuroni, i circuiti si riorganizzano di continuo per tenere il passo con un mondo che il bambino scopre giorno per giorno. Lo stesso processo che rende il cervello così plastico sembra però riscrivere le coordinate con cui i primi ricordi erano stati archiviati, prima ancora che il bambino impari a usarle. Le tracce restano depositate da qualche parte, ma la chiave per raggiungerle cambia forma nel frattempo.
C’è anche un altro fattore. Prima dei due anni un bambino non si riconosce ancora allo specchio, non ha una piena coscienza di sé come soggetto che vive nel tempo, e senza linguaggio non può raccontarsi gli eventi per fissarli in una storia. Fu Sigmund Freud, a inizio Novecento, a coniare il termine “amnesia infantile” — spiegandola però con la rimozione psichica. Le tracce neurali di oggi raccontano una storia diversa: quella di un archivio che esiste ancora, ma che nessuno sa più leggere.
La prova più bizzarra sull’amnesia infantile arriva dai topi accesi con la luce
La conferma più singolare non riguarda gli esseri umani ma i roditori. In diversi esperimenti, cuccioli di topo addestrati ad associare un luogo a una lieve scossa elettrica dimenticavano l’associazione nel giro di pochi giorni — proprio come accade ai bambini con la loro amnesia infantile. Usando l’optogenetica, una tecnica che permette di riaccendere gruppi specifici di neuroni con fasci di luce dopo averli resi sensibili tramite modifiche genetiche, i ricercatori sono riusciti a far riemergere artificialmente quei circuiti dati per persi. Bastava un impulso luminoso mandato dritto nell’ippocampo. I topi tornavano a mostrare la reazione di paura legata a un ricordo che, in condizioni normali, sembrava svanito per sempre. Non era stato cancellato. Era solo diventato irraggiungibile, chiuso in un cassetto di cui nessuno aveva più la chiave.
Un archivio che esiste, ma di cui abbiamo perso la chiave
Resta un punto aperto, ed è forse il più interessante di tutti: se le tracce dei primi due anni di vita sono ancora lì, sepolte in qualche configurazione di sinapsi che il cervello adulto non sa più interrogare, cosa servirebbe per raggiungerle di nuovo? Per ora nessuno lo sa con certezza. Quello che la scoperta di Yale — raccontata su Yale News a commento dello studio pubblicato su Science — cambia davvero è la domanda stessa: non più “perché i neonati non ricordano”, ma perché gli adulti non riescono più a leggere ciò che i neonati, in silenzio, avevano già scritto. Chissà quante prime volte — un volto, una stanza, una voce — sono ancora lì, archiviate da qualche parte in un cervello che a un anno di età non sapeva ancora di stare già costruendo una memoria.
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