La fila di lettere in alto a sinistra sulla tua tastiera — Q, W, E, R, T, Y — non segue l’alfabeto. Non è nemmeno una sigla. Eppure la tocchi ogni giorno, su computer e telefono, senza chiederti mai cosa significa QWERTY e perché sia rimasta identica per più di un secolo. La risposta comincia con un problema che oggi non esiste più.
Cosa significa QWERTY: assolutamente niente
Non è l’acronimo di niente. Sono solo le prime sei lettere che si incontrano leggendo da sinistra la seconda fila della tastiera. Nessuno le ha scelte per come suonano. Sono il risultato di una trentina di tentativi falliti, fatti da un uomo che voleva soltanto impedire alla sua macchina di rompersi.
Quell’uomo si chiamava Christopher Latham Sholes: editore di giornali, ex senatore del Wisconsin, e — nel 1867 — inventore per caso. Stava lavorando a una macchina per numerare biglietti insieme al tipografo Carlos Glidden. Qualcuno gli suggerì: perché non farla stampare anche le lettere? Da lì nacque il primo prototipo di macchina da scrivere commerciale della storia.
Una tastiera che si incastrava da sola
Il primo modello di Sholes assomigliava a un piccolo pianoforte, tasti in ordine alfabetico su due file. Funzionava. Ma solo finché si scriveva piano. Due lettere vicine nell’alfabeto erano vicine anche nei martelletti meccanici sotto la carta, e bastava digitarle in rapida successione perché si incastrassero a mezz’aria, bloccando tutto.
Sholes passò anni a spostare i tasti. Circa trenta disposizioni diverse, prima di arrivare nel 1873 a quella che oggi chiamiamo QWERTY. Prese una lista delle coppie di lettere più frequenti in inglese e le allontanò fisicamente sulla tastiera, così i martelletti corrispondenti non si sarebbero mai incontrati a mezz’aria. Alcuni storici, come racconta Smithsonian Magazine, sostengono invece che l’ordine servisse ad agevolare i telegrafisti che trascrivevano il codice Morse. Probabilmente le due ragioni hanno contato entrambe.
La fabbrica di fucili dietro la tastiera QWERTY
Nel 1874 Sholes vendette il brevetto alla E. Remington & Sons — sì, la stessa azienda che in quegli anni produceva fucili e macchine da cucire. Fu lì che la “Sholes and Glidden Type Writer” entrò in produzione in serie, con quella disposizione di tasti stampata per la prima volta su una macchina venduta al pubblico.
Un dettaglio che oggi sembra impossibile: sui primi modelli mancava il tasto per il numero 1. I dattilografi usavano la elle minuscola al suo posto. Bastava, dicevano. Ci somigliava abbastanza.
Perché nessuno ha mai osato cambiarla
Qui la domanda “cosa significa QWERTY” prende un altro senso. I martelletti meccanici sono spariti da un pezzo. Il problema che QWERTY doveva risolvere non esiste più da decenni. Eppure la disposizione dei tasti è ancora quella del 1873.
Negli anni ’30 l’ingegnere August Dvorak progettò una tastiera alternativa, pensata per ridurre lo spostamento delle dita e aumentare la velocità di battitura. Diversi studi indipendenti le hanno riconosciuto vantaggi reali. Non è mai riuscita a sostituire QWERTY. Troppe persone la conoscevano già. Troppe macchine erano già in circolazione. Troppe scuole insegnavano dattilografia su quel layout, e cambiarlo avrebbe voluto dire ricominciare da capo per milioni di persone insieme.
È lo stesso motivo per cui, quando sono arrivati prima i computer e poi gli smartphone touch — dove non esiste più nessun martelletto da incastrare — nessun produttore ha osato spostare un solo tasto. Il problema è sparito. La soluzione, quella, è ancora lì sotto le tue dita ogni volta che scrivi un messaggio.
Cosa significa QWERTY su una tastiera italiana
In Italia la tastiera resta QWERTY quanto quella americana, ma con qualche differenza silenziosa. Le parentesi quadre non hanno un tasto dedicato: si ottengono con Alt Gr. La @ si scrive con Alt Gr più la lettera Q, la stessa che apre il nome di tutto il layout. Le vocali accentate — à, è, ì, ò, ù — sono state infilate dove c’era spazio, senza toccare la disposizione originale delle lettere base. Il risultato è una tastiera fedele al progetto di Sholes del 1873, con qualche adattamento incollato sopra per farci stare una lingua che l’inventore non aveva in mente.
Il resto d’Europa non ha copiato tutto alla lettera. La Germania usa QWERTZ: Y e Z si scambiano di posto, perché in tedesco la Z ricorre molto più spesso della Y. La Francia usa AZERTY, con A e Q invertite e la M spostata accanto alla L. Sono variazioni minime sullo stesso schema del 1873, adattate lettera per lettera alla frequenza di ogni lingua — la stessa logica di Sholes, applicata di nuovo decenni dopo da chi doveva vendere macchine da scrivere in un altro paese.
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