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Perché il fenicottero è rosa

Perché il fenicottero è rosa

Un fenicottero appena nato è grigio, quasi bianco, con un piumino spento che non promette nulla del colore che lo renderà famoso in tutto il mondo. Il fenicottero rosa non nasce così: ci diventa. E lo fa non per un interruttore genetico che scatta con l’età, ma per quello che finisce nel suo becco ogni giorno.

Perché il fenicottero rosa non nasce così

Nelle prime settimane di vita il piccolo ha un piumaggio grigio topo, quasi identico a quello di un pulcino d’anatra. Passa mesi a inseguire i genitori nelle colonie, ancora troppo giovane per filtrare da solo l’acqua salmastra dove si nasconde il suo futuro colore. Il rosa comincia ad affiorare solo con le prime mute vere, quando le piume da adulto sostituiscono il piumino, e continua a intensificarsi per due o tre anni, fino a raggiungere la tonalità che gli adulti sfoggiano nelle colonie di riproduzione.

Il pigmento arriva dal piatto, non dalle piume

Il fenicottero si nutre capovolgendo il becco nell’acqua bassa e filtrando alghe blu-verdi e piccoli crostacei, tra cui l’Artemia salina, il gamberetto che colonizza le saline più estreme del pianeta. Questi organismi contengono carotenoidi, gli stessi pigmenti che colorano di arancione una carota o di rosso un pomodoro maturo. Il fegato dell’uccello li scompone e li lega alle molecole di grasso, che vengono depositate nella pelle e, soprattutto, nelle nuove piume che spuntano a ogni muta.

Più carotenoidi arrivano dalla dieta, più il rosa si accende. Il fenicottero caraibico, che si nutre quasi solo di crostacei, mostra un piumaggio rosso vivo; il fenicottero minore, che vive perlopiù di alghe, resta su tonalità più pallide. Lo stesso animale può schiarirsi o scurirsi nel giro di una stagione, semplicemente spostandosi da un lago all’altro.

Negli zoo il trucco è nel mangime

Il problema si è presentato ai primi zoo che hanno provato a tenere fenicotteri lontano dalle saline naturali: senza la dieta giusta, gli animali sbiadivano muta dopo muta, fino a diventare quasi bianchi. La soluzione è quasi banale. Oggi quasi tutti i parchi zoologici aggiungono carotenoidi sintetici o naturali, spesso estratti di paprika o di gamberetto, direttamente nel mangime. Senza quell’integrazione, un fenicottero in cattività torna grigiastro in un paio d’anni, qualunque sia la specie.

Il fenicottero si trucca da solo

C’è un dettaglio che quasi nessuno racconta: il colore non arriva solo dall’interno. Uno studio pubblicato su Behavioral Ecology and Sociobiology ha documentato che i fenicotteri maggiori prelevano con il becco una secrezione ricca di carotenoidi da una ghiandola vicino alla coda e se la spalmano attivamente su collo, petto e dorso, strofinando la testa contro le piume. Non è la normale toelettatura per rimuovere parassiti: è un gesto cosmetico a sé, che i ricercatori hanno visto intensificarsi proprio nei periodi di corteggiamento di gruppo e scemare dopo la schiusa delle uova. Gli esemplari più “truccati” risultano anche i più scelti come partner.

Il latte più strano del regno animale

I pulcini restano grigi molto più a lungo dei genitori anche perché nei primi mesi non toccano cibo solido: vengono nutriti con un liquido che entrambi i genitori producono nelle pareti dell’esofago, il cosiddetto latte del gozzo. È un liquido rosso acceso, denso di grassi, proteine e cellule del sangue, rigurgitato più volte al giorno direttamente nel becco del piccolo.

Produrlo costa caro. Maschio e femmina, a turno, drenano le proprie riserve di carotenoidi per fabbricare quel latte, e nelle settimane dell’allevamento perdono colore: il rosa del loro corpo passa, in senso quasi letterale, nel becco del figlio. Solo dopo lo svezzamento, quando tornano a filtrare acqua per conto proprio, recuperano la tonalità di partenza.

Un colore che si guadagna, muta dopo muta

Il rosa, alla fine, non è un’etichetta di specie ma un bilancio continuo tra quanto un fenicottero mangia, quanto ne cede ai figli e quanto il fegato riesce a smaltire. Chi studia le colonie in natura usa proprio l’intensità del colore come indicatore indiretto di salute: gli esemplari più accesi sono quelli che si nutrono meglio, e in molte colonie sono anche i primi scelti nella stagione degli amori.

Da qualche parte, in un angolo di colonia, c’è sempre un fenicottero appena nato che è ancora grigio come un’anatra qualunque, con davanti mesi di gamberetti prima di guadagnarsi il nome che porterà per il resto della vita.

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